mercoledì 21 dicembre 2016

Michele Massari: un Piccolo Cafè, una smisurata modestia.

Michele Massari, il papà del Piccolo Cafè di New York, mi manda un messaggio su whatsapp per dirmi che sul Corriere della Sera c'è una sua foto in cui indossa la stessa t-shirt che indossava un mese fa quando ci siamo conosciuti a New York allo store della Ducati, a Tribeca, in occasione di un evento dedicato a Bologna.
In effetti è proprio la stessa t-shirt.
Se non sapete cosa sia quel disegno, ve lo dico io: è roast-beef.
Ma non è un roast-beef qualunque.
La storia di quel roast-beef la racconta Michele al Corriere della Sera così:

"Un giorno ricevo una lettera che mi informa dell’ennesimo aumento dell’affitto dei locali dei miei ristoranti. Meditavo su come affrontare il problema cucinando un roast-beef , l’ho fotografato. Da qui è nata l’idea di far imprimere le immagini del nostro lavoro su delle t-shirt".

Un'idea che, da quel momento, è diventata un nuovo business, una linea di t-shirt - #BolognaNY - ispirata alla cucina. E, a ruota, anche canotte, tessuti, fodere per giacche. Che adesso vanno a ruba nella Grande Mela, oltre che online.

La cosa che più mi lascia sbigottito è la modestia di Michele, che mi scrive:

"visto che la indosso nella foto che ci siamo fatti assieme... condivido con infinita gioia e orgoglio, quello che per me era solo una enorme forma di espressione e esercizio creativo, sono felicissimo che piaccia e che abbia trovato spazio sul Corriere della Sera edizione Nazionale sezione Moda, che sogno!!"

Michele che considera un sogno avere avuto spazio sul Corriere della Sera edizione Nazionale sezione Moda.

Lui che  ha lasciato l'Italia per seguire un sogno.

Che nel 2009 è partito con uno stand di 1 metro quadrato (un metro quadrato, si) a Union Square per servire caffè espresso e cappuccini insieme all'inseparabile socio e compagno di avventura, Alberto Ghezzi.

Che nel giro di sette anni è passato da uno stand di un metro quadro da dividere in due persone, a una superpotenza con 60 dipendenti e quattro punti vendita a New York, meta di migliaia di clienti tutti i giorni.

Che ha allargato il raggio di impresa a catering, editoria, moda.

Che è diventato un punto di riferimento negli USA.

Che tra i suo clienti ha aziende come Google e Facebook.

Che ai tavolini dei suoi bar siedono Susan Sarandon, Uma Thurman e Al Pacino (per citarne solo alcuni)

Ecco.
Quando si dice la modestia, che è solo dei grandi, quella è di Michele Massari e di Alberto Ghezzi.

E del loro straordinario Piccolo Cafè.




sabato 17 dicembre 2016

La normalità della mafia


 
Vietato entrare alle teste di cazzo.
E' solo un adesivo appiccicato a una porta, ma si fa notare.
E' all'interno di un capannone a Calendasco, in provincia di Piacenza, confiscato alla mafia e consegnato al Comune.
Ci sono stato stamattina. Uno di quei luoghi sospesi nel tempo.
Tutto cristallizzato, il tempo fermo al momento in cui quel luogo è passato di mano, pochi anni fa.
Dall'illegalità, al Comune.
Che ne farà un magazzino per gli attrezzi comunali. E che lo ha già utilizzato coinvolgendo le scuole, in collaborazione con Libera.
Tra le pieghe di questo tempo immobile, un viaggio fotografico nella normalità della mafia.
Perché è questo il vero pericolo.



























giovedì 8 dicembre 2016

Da fuori sembrava così. [L'irrintracciabile laica vocazione del giornalismo]

Questo mio post è mortalmente noioso, da travet della comunicazione.
Davvero solo un tentativo di parziale illuminazione a occhio di bue su un dettaglio infinitesimale - ma importante, per me - che riguarda il tema della comunicazione. Solo per avvisarvi nel caso vogliate leggerlo, ecco.
E, seconda excusatio non petita in due righe, non è un peana a favore di Renzi.
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Matteo Renzi, chiudendo il discorso in cui ha annunciato le dimissioni dopo la vittoria del No, ha riservato le ultime parole ai giornalisti. Queste:

"Vi chiedo, nell'ora della post-verità, nell'era in cui in tanti nascondono quella che è la realtà dei fatti, di essere fedeli e degni  interpreti della missione importante che anche voi avete per il vostro Paese e direi per la vostra laica vocazione".

E' un appello intriso di sarcasmo dolente, dai toni amarissimi, diretto a una categoria - quella del giornalismo - con cui la politica, ma più nel dettaglio l'amministrazione pubblica, ha sempre avuto un rapporto tormentato, complicatissimo, tortuoso, diciamo così.
Sullo sfondo, o piuttosto in primo piano, il tema della laicità del giornalismo. Una laicità declinata qui al piano professionale, ma che possiamo provare a proiettare al Paese intero.

Nelle parole di Renzi c'è, evidentemente, l'idea che una quota della narrazione dell'azione di governo - da parte dei media - non sia stata aderente alla realtà delle cose. Con il conseguente tradimento di quella "laica vocazione" che dovrebbe costituire il presupposto della professione.

Prendo ad esempio Renzi solo perché è stato lui a mettere sul tavolo questi elementi. Ma il discorso è del tutto indipendente da lui e da chiunque altro. Ha a che vedere con il giornalismo, la comunicazione, la politica. Fine.

[mozione d'ordine (si dice così mi pare): evitate già a questo punto repliche del tipo "si ma il governo racconta balle", "senti chi parla, proprio la politica che dovrebbe dare l'esempio" ecc ecc. Vorrei veramente mettere a fuoco solo questo aspetto. Poi del resto ne parleremo. Fine della mozione d'ordine]

Sulla natura dello storytelling renziano si è detto molto, ma qui proverei a tenere l'attenzione su un piano più pratico, davvero banalmente pratico credetemi,  lontano da dietrologie et similia. Banalmente sdraiato sulla quotidianità di chi si occupa di giornalismo e comunicazione pubblica. Proprio lì dove nascono le cose, dove i fatti che diventeranno grandi hanno la dimensione iniziale del primo passo, di una cosa ancora amorfa.

Quel che ho visto in 25 anni di lavoro, avendo avuto la possibilità di esperienze professionali su entrambi i fronti - sia nelle redazioni dei giornali, sia negli uffici stampa pubblici, sino all'attuale incarico - è che sono due mondi che usano codici diversi e che proprio - anche in buonafede - non riescono a comunicare.
Anche in buonafede, si. Non spesso, ad onor del vero.
Un aspetto sempre più evidente, quello dell'incomunicabilità,  da quando anche i muri hanno capito che, nel comunicare, conta l'empatia, mica l'ideologia (per fortuna, in un certo senso. Ma con un corollario di conseguenze che, ciao).
E quindi, obbligo di empatia. Con tutti i rischi di sciatteria e "disinformazione per approssimazione e superficialità" annessi.

In questa incomunicabilità, però, ci perdiamo tutti (tranne il populismo che si nutre di informazioni approssimative e ne esce ogni volta sazio, rifocillato).

Sento già il fragore dei vaffa che mi arriveranno, ma la vorrei spiegare con un esempio quasi fisico di ciò che succede quando si lavora in un ente pubblico e ci si occupa di comunicazione, nel momento in cui si costruisce la comunicazione per raccontare ai cittadini un risultato.

La prima scelta è "cosa" comunicare. Su cento cose fatte, si riesce a dare notizia di un decimo. E forse abbondo nella stima.

L'ente pubblico - dal governo centrale sino all'ultima delle commissioni consiliari di un comune - decide di dare notizia di un risultato: un finanziamento, un bando, una legge, un investimento, un progetto. In altri termini, intende dare conto ai cittadini di come risponde al loro mandato. In ultima istanza, di come si spendono i loro soldi. I nostri soldi. I soldi di tutti noi.

Anche il più piccolo dei provvedimenti spesso ha un grado di complessità non proponibile nel circuito dei media generalisti, che devono rispondere ai rispettivi target. Alle loro proprietà, potremmo dire, per dire già qualcosa a proposito della laicità del mestiere.

Nel comunicare ogni risultato, quindi, si sceglie inevitabilmente di ridurne giocoforza la complessità, confezionando la comunicazione già ad uso e consumo dei media con pochi elementi facilmente divulgabili, mantenendo nella narrazione la sostanza del provvedimento.
A questo punto del percorso, tocca ai media, sta a loro.
I media digeriscono queste informazioni passandole tra i filtri dei rispettivi criteri redazionali, lunghezze dei servizi tv, titoli sui giornali ecc, oltre che (o soprattutto per)  i rispettivi riferimenti politici e culturali, arrivando quindi al lettore finale con contenuti che in questa filiera perdono quasi completamente la sostanza originale.
E' una filiera asfissiata progressivamente dall'assenza in campo della laicità dei media, spazzata via dal combinato disposto della ricerca dell'empatia (quanti danni, quanti) e della faticosa corrispondenza ai desiderata dell'editore, portando all'esito di un proliferare di pulpiti che manco nell'enciclopedia delle religioni.
Eppure la laicità sarebbe dietro l'angolo. E non si dovrebbe per forza risolvere nella neutralità, no.
Sarebbe sufficiente - anzi, benvenuta - una dichiarazione di appartenenza. Manifesta. Che si fa pulpito, ma almeno lo dice.
Proprio così, basterebbe una laicità intesa come trasparenza di appartenenza. Una contraddizione in termini, lo so. Un'antinomia paradossale. Ma sempre meglio di niente.
Così, in un Paese che laico non potrà mai essere, almeno un terreno - quello del giornalismo - meriterebbe maggiore cura, diciamo così, evitando la trita pièce di una neutralità od oggettività mai tali.

In questa filiera torbida, la narrazione super partes affoga.

Ci perdono tutti, proprio tutti, perché in una narrazione strumentale (sia nel bene che nel male, sia chiaro, distorcendo la realtà ad uso e consumo sia di supporter che di haters) salta l'appuntamento finale, e cioè la narrazione "oggettiva" di come l'ente pubblico spende i nostri soldi, riservando ai cittadini una verità parziale, spesso distorta.
E considerando che proprio a proposito dell'informazione, Papa Francesco spiega che "la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia" (in sostanza a mangiare la merda, per dirla come va detta), quanto più basso è il livello dell'informazione, tanta più gente avrà la tentazione di sedersi a tavola per un lauto pasto.

Non parlo di propaganda.
Qui non si intende che il giornalismo debba essere piegato alla politica e ai capricci degli amministratori pubblici. Di Minculpop ce n'è stato già uno, e i danni si sentono ancora a quasi un secolo di distanza.
Basterebbe solo la chiarezza delle squadre in campo.

L'anno scorso ho incontrato un collega che per 30 anni ha lavorato in uno dei principali network televisivi del Paese. Personaggio noto insomma. Che poi ha accettato un incarico nell'ambito della comunicazione pubblica. Come direbbero i più cinici, "è passato dall'altra parte".

Quando ci siamo incontrati, gli ho detto scherzando: "Ti sei accorto che per 30 anni non avevi capito un cazzo? Che non ci sono dietrologie, complotti e tutte le altre cazzate che hai detto in tv per tre decenni"?
Non ha neanche tentato di ridere, mi ha guardato con uno sguardo un po' perso e una mano appoggiata alla scrivania e mi ha detto: "Non ne avevo idea. Eppure da fuori sembrava così".

Appunto.
Da fuori.
Sembrava.
La laica vocazione.











sabato 22 ottobre 2016

La Porsche parcheggiata davanti a casa di Mandela


Non avrei mai pensato che una Lamborghini fosse un indizio, E che una Porsche Cayenne e un titanico Hummer fossero gli altri due indizi per completare il tris di dubbi e servirmi su un piatto la prova schiacciante.
Eppure è così. 

A metà di Ngakane Street, una strada che scende dalle colline di Soweto (Scende. E' per capirci. Diciamo così perché noi l'abbiamo percorsa in discesa, dai), c'è la casa di Nelson Mandela.
Meta di pellegrinaggio per gli ammiratori di Madiba, che giungono qui da ogni parte del mondo, poco alla volta la villetta è stata blobbizzata (avete presente, no, il blob della sigla di Blob? Dai quella massa informe che si mangia tutto scendendo le scale, comprese le scale) da negozietti di paccottiglia locale.  

E fin qui, vabbè, si fa il callo al fatto che un luogo in un certo senso laicamente sacro, come la casa di Mandela, possa fare da volano all'economia del turismo political-pop. Certo, non ha ancora l'aspetto global che rende identica la Plaka sotto il Partenone e piazza Navona, o il centro di Spalato e i vicoli di Ortigia a Siracusa, tutti perfettamente interscambiabili nell'offerta di ciarpame low-cost. 
A Ngakane Street la chincaglieria ha mantenuto, almeno per ora, l'identità del luogo, tutta votata al merchandising locale o comunque orientato al Sudafrica.

Però c'è questa storia della Lamborghini. Che a un certo punto ne vedo una parcheggiata davanti alla casa di Mandela. E poi poco più giù lungo la strada ecco un Hummer. E poi una Porsche Cayenne. E poi Audi a manciate, Bmw come se piovesse, Range Rover a grappoli. E mi fermo perché ho finito le frasi retoriche (si, lo so, meglio).
Intorno ad ogni auto ci sono almeno un paio di ragazzi di colore che lustrano cerchioni e spolverano cofani, in attesa della mancia, che arriva regolarmente dal proprietario dell'auto. E i proprietari di queste auto, che fino a poco prima sorseggiavano aperitivi nei locali lungo Ngakane Street, sono tutti di colore.

Ognuno di loro lascia una mancia ai ragazzi, sale sull'auto, gira la chiave sul quadro e parte lentamente, scendendo ai 2 Km orari la discesa di Madiba tra due ali di folla assiepata tra botteghe e locali, in modo che tutti possano guardare con calma.

E' la passerella della nuova middle class del Sudafrica. Una middle class che ostenta la ricchezza materiale come affrancamento dall'apartheid, risultato finale di un percorso che parte dalle township minerarie ghettizzate e nelle stesse township si conclude con l'esibizione della Porsche, o dell'Hummer, o della Lamborghini lì dove tutto era iniziato, occidentalissima "way of life" a suggello di un percorso di emancipazione.
Che però, a conti fatti, spacchetta ulteriormente le differenze, introducendo a quella primordiale tra bianchi e neri, quella tra neri di serie A e neri di serie B, lasciati - quest ultimi - a lucidare nelle township i cerchioni delle auto di chi ce l'ha fatta. 
Ma chissà cosa direbbe Madiba.

sabato 15 ottobre 2016

Sono a Londra. Anzi no.

Uno le cose se le fa bastare, ma non aver mai visto Londra - dopo aver ammucchiato 51 anni su questa terra - è quasi incredibile.
E lo è ancora di più oggi, che la vedo dall'alto arrivando a Heathrow e che bivacco 6 ore in attesa del prossimo aereo.
Che poi, se uno le cose se le fa bastare davvero, il bivacco di Heathrow è il mondo, e Londra ne è la periferia (certo, come no).
Dai, sono a Londra, ma non sono a Londra.


lunedì 26 settembre 2016

Lì è dove andiamo a ballare

Ieri ero a Zerba, il comune più piccolo dell'Emilia-Romagna.
E' sull'Appennino piacentino.
Ha 76 abitanti, ma d'inverno ci vivono solo in 20.
E' in mezzo alle montagne. Ma proprio in mezzo. 
E c'è una strada che lo attraversa.
In una curva c'è il Comune. Alla curva successiva il bar. E alla fine della strada, dopo tante curve in cui c'è sempre qualcosa di importante per il paese, c'è la chiesa. 
C'è un sindaco (Claudia Borrè) e una giunta composta da due assessori.
Il Consiglio comunale - 10 consiglieri - si riunisce solo durante i week end, perchè nel resto dei giorni sono quasi tutti via.
Il Comune ha un dipendente. 
Ieri c'era la Festa di San Michele, la mostra dei prodotti della montagna, che poi è una festa in cui ogni abitante porta quel che ha coltivato nell'orto, o cucinato a casa. Torte, biscotti, ma anche formaggi, salumi, vino.
Per l'occasione la Pro Loco - che ha sede nella palazzina in cui c'è il Comune e anche un garage in cui hanno sistemato la mostra dei prodotti della montagna - la Pro Loco, dicevo, ha premiato gli espositori, regalando un contapassi, che camminare fa bene alla salute.
E Laura Chiappano, presidente della Pro Loco, chiamava con il microfono i premiati, uno ad uno:

La Cesarina!
Remo!
Tobia! Tobia dove sei? Non ti vedo. Ah eccoti. Ecco il tuo contapassi.
Lucianino!
Carlotta e Giampiero. Venite qui.
La famiglia Baccan!
La Rosaria! 
Bertino!

E a un certo punto non si vedono Mario, Angelo, Enrico e Aldo. Non ci sono. 
Ma non importa: "Per loro ritira Zeus", dice Laura. Zeus. 
E Zeus arriva, e ritira i quattro contapassi.

Che, insomma, qui non serve tanto il cognome, ecco. 

E mentre ascoltavo, uno di fianco a me dice: Si son dimenticati di me? 
Ma poi hanno premiato anche lui, che poi era il papà del sindaco attuale. 
E anche lui ha fatto il sindaco, per 24 anni. 

E mentre tornavamo verso valle, il sindaco ci fa vedere un'ultima cosa, quella che in città chiameremmo la zona sportiva, perché ci sono un campo da calcio, un campo da tennis, i giochi per i bimbi e una parte coperta per le feste.

"Lì è dove balliamo", dice Claudia Borrè.
Che è un modo bellissimo per andare alla sostanza delle cose.
Che succede solo nei posti che assomigliano tanto agli sbalorditivi racconti di Stefano Benni. 
Perchè Zerba, in effetti, è un racconto a cielo aperto.

sabato 10 settembre 2016

Quei coglioni degli emiliano-romagnoli che aiutano i terremotati

Il mio macellaio mi chiede dove sono stato questa settimana. 
"A Montegallo - rispondo - Nella zona del terremoto del centro Italia. Lì i volontari e i tecnici della Protezione civile dell’Emilia-Romagna e alcune imprese emiliano-romagnole - in un campo sportivo - stanno lavorando per far ripartire temporaneamente le attività più importanti: il municipio, la scuola, l'ambulatorio medico, la farmacia, la chiesa e la sede della Forestale".
"Ah, bello - sottolinea con sarcasmo - Siamo così ricchi? O siamo così coglioni?"
[Cerco una nuova macelleria - Si accettano consigli]

mercoledì 10 agosto 2016

La giusta distanza tra due punti sulla Via degli Dei

“Ogni viaggio comincia con la rinuncia alla nostra comodità, con l’ammissione che l’unico territorio che ci appartiene è quello occupato dal nostro corpo”.
Mentre ho i piedi in ammollo in una bacinella di acqua bollente, ancora doloranti dopo i cinque giorni di cammino da Bologna a Firenze lungo la Via degli Dei, penso a Elizier Budasoff, di Etiqueta Negra, che sullo speciale di Internazionale dedicato al viaggio, in due righe ne ha dato la sintesi perfetta.

Il nostro corpo come unico territorio che ci appartiene. Già. Perché alla fine è esattamente questo. (Ri)prendere le misure al nostro corpo. Solo un viaggio è in grado di strapparci dalla quotidianità e reimmetterci dentro noi stessi veramente. Se il viaggio è a piedi, poi, lo sradicamento dalla quotidianità è totale, perché non ci sono alibi. Si è soli con se stessi, finalmente, in una totale riscoperta dei propri limiti, ma soprattutto nel goderne appieno. Fisicamente e mentalmente.

In una contemporaneità che spesso sottrae al corpo, alla fisicità vera, l’ovvietà di molte tra le funzioni primordiali – camminare, sudare, guardare lontano, guardare vicinissimo, faticare fino a pensare di non farcela più, stare in silenzio – ecco, mettersi in viaggio a piedi, da soli, significa esattamente perdere tutti insieme e tutti nello stesso momento i surrogati di queste funzioni, la tv, l’auto, l’orologio, i deodoranti, la musica in cuffia, ma anche aspetti più importanti, come le persone intorno a te. Una sorta di via francescana imposta al fisico e alla mente, che ritrova giocoforza solo gli elementi naturali, quelli in un certo senso indispensabili. Un lusso, di questi tempi.

E quando il 1° agosto sono partito da piazza Maggiore a Bologna, non lo immaginavo che nel giro di un paio giorni le cose inutili sarebbero scivolate via, tutte, insieme al sudore, e che avrei ritrovato la bellezza della semplicità della sete, della fame, del caldo, della fatica, della solitudine. Poche cose, che però riempiono di senso il cammino.
La Via degli Dei – il tragitto da Bologna a Firenze che per un tratto ripercorre l’antica via Flaminia che permetteva di valicare l’Appennino – è un ottimo viaggio in questo senso. Dalla salita a San Luca a Bologna, fino alla ripida discesa che da Fiesole porta a Firenze, la fatica è la vera compagna di viaggio, compensata largamente dalla meraviglia degli elementi che si incrociano durante il cammino.

Penso agli scalini di San Luca, che sono il primo vero banco di prova, lungo cui molti dei pensieri inutili non trovano più spazio, spazzati via definitivamente dall’orizzonte che si gode una volta arrivati in cima, con lo sguardo che spazia fino ai monti che si raggiungeranno solo due giorni più tardi.
E penso all’incontro con Ada Papaveri, incrociata lungo la risalita da Casalecchio verso Badolo. Lei gestiva con il marito la trattoria Vizzano. Lo ha fatto per 62 anni. E ora, mentre mi accoglie sulla soglia dei locali chiusi da tempo dopo la morte del marito, mi racconta della sua malinconia, temperata solo dal passaggio dei viandanti, a cui serve qualche caffè e qualche bibita. Quando mi saluta, mentre riparto per Badolo, si scusa per le chiacchiere, ma non sa che per me sono state il primo regalo del cammino.

A Badolo dormo al Nova Arbora, gestito da Donatella, solare e appassionata, che in compagnia di marito e figli pensa ad ogni aspetto, mettendo a tavola marmellate fatte con le proprie mani tra cui un’inedita e superba caco e peperoncino! Il tavolo in cui si cena e si fa colazione è comune, ed è lì che incontro alcuni tra quelli che diventeranno i miei compagni di viaggio. Si, perché anche se si parte soli, poi la selezione naturale fa il proprio mestiere e calamita verso di te gli elementi più affini. Ed ecco Lorenzo, Maria, la Raffa, Marco, Alessia, Roberta, Patrizia, Sonia, “ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi”, come direbbe Vasco Rossi, e che alla fine in un modo o nell’altro saranno con me fino alla fine del cammino.

La giornata verso Madonna dei Fornelli – a parte le vesciche che sono la dimostrazione plastica di quanto un’abrasione di un centimetro possa compromettere un fisico da 80 kg – regala i panorami aperti che solo l’Appennino è in grado di offrire, con una tappa nel centro di Monzuno che ci fa rimpiombare per pochi minuti nella civiltà, prima che la salita verso il Monte del Galletto ci inghiotta. Ma l’arrivo a Madonna dei Fornelli è quasi un rientro a casa, con Elisa del B&B Romani che accoglie tutti con il calore di una mamma, ma davvero, mica per modo di dire. Chiacchiere in compagnia nel giardino, stretching sul prato per allungare muscoli indolenziti, birra ghiacciata, doccia e poi ecco il solito tavolone, tutti insieme, ragazzi da Cuneo, Padova, Berlino, Mirandola, Ferrara, Milano, alle 22 tutti a nanna, domani ci aspetta il valico verso la Toscana.

E che Toscana. Esattamente quella che ti aspetti. Eh, si, perché dopo ore di salita dentro un bosco che è esattamente come il bosco delle fiabe – alberi così fitti da creare un’ombra che taglia fuori il sole come se la notte fosse lì ad arrivare a minuti – esci a Le Banditacce, una località che ha proprio le caratteristiche del luogo perfetto. Come se un artista avesse detto: bene ragazzi, adesso facciamo così, mettiamo un bosco, e creiamo un’uscita dal bosco assolutamente spettacolare, facciamo entrare in scena la bellezza allo stato puro, ci mettiamo un prato morbido con un sentiero di ghiaia bianca che scende a curve ampie, come fosse disegnato con il pennello. E in fondo al prato ci mettiamo una casa in sasso con un albero gigantesco a regalarle dell’ombra nelle ore più calde.
La fatica vale la pena anche solo per questo, che è il punto più alto dell’intero cammino. E che fa dimenticare la sete, il caldo. Le vesciche no, quelle ti ricordano ogni secondo che sono loro a comandare. E per la prima volta, arrivato al camping Il Sergente a Monte di Fo, penso di dover rinunciare ad arrivare a Firenze per il dolore. Vabbè la mistica del viandante, ma le vesciche sono vesciche.

E invece il mattino successivo, quando mi aspetta la trasferta verso San Piero a Sieve, miracolosamente i piedi rispondono bene. E si riparte, prima una modesta salita fino alla croce sull’anticima del Monte Gazzaro e poi giù a precipizio in un sentiero ripido e stretto, che si allarga quando si incrocia il passo dell’osteria bruciata. Che, si, è un toponimo che corrisponde esattamente a un fatto (forse) avvenuto. La leggenda narra che in quella locanda – situata in un posto ad almeno due ore di cammino da qualunque altro paese – l’oste avesse l’abitudine di uccidere gli incauti viaggiatori che vi soggiornavano, servendoli poi in pasto agli altri avventori nei giorni successivi. Fino a quando, scoperta quest’abitudine così poco cortese, oste e camerieri furono impiccati e l’osteria fu data alle fiamme. L’osteria bruciata, appunto.

E in questa giornata faccio una cosa che non credo di aver mai fatto prima, ma che, in effetti, è assolutamente logica se ti lasci alle spalle le comodità. Banalmente, l’acqua che ho nella borraccia finisce quando mancano almeno tre ore e mezzo a San Piero. E’ da poco passata l’una del pomeriggio, ci saranno 35 gradi, il sole è allo zenit e non bevo da quasi un’ora. Ma qui ogni cosa trova il suo equilibrio. Dopo una curva il sentiero finalmente si allarga e assume i contorni di una strada di campagna, ecco una casa. Una casa! Mi avvicino alla finestra, il contrasto tra il sole abbacinante fuori e l’ombra dentro è così forte che non vedo niente. Dico “permesso”? E dalla stanza si affaccia alla finestra un ragazzo. “Avrebbe dell’acqua da darmi”? – chiedo. Una domanda che azzera le differenze tra me e un viandante qualunque del medioevo. Stesse necessità. Nessuna comodità. “Hai voglia”, risponde lui, e subito mi riempie la borraccia con un’acqua così fresca che è sicuramente una delle cose migliori della giornata. Un dono, ecco.

E a San Piero, che raggiungo dopo più di tre d’ore su asfalto – qui in effetti bisognerebbe pensare a un’alternativa, perché l’asfalto è micidiale – arrivo al B&B Intorno Firenze, dove la premura di Rita si materializza in una bacinella con acqua e ghiaccio per i piedi che friggono, un frigo con succo di frutta fresco e un letto che mi regala meravigliose ore di riposo vero prima della tappa finale del giorno dopo, verso Firenze.

Firenze. Già. Ma chi è che non ci è mai stato, dai. E invece uno c’è. E’ Lorenzo, che cammina con me dal secondo giorno. Ha 26 anni, ha girato moltissimo, ma Firenze gli manca.

“Ma ti rendi conto del privilegio che hai?”, gli dico. “Tu vedrai per la prima volta Firenze come la vedevano i viandanti di un tempo, entrando in città a piedi”. Ed è così. Lorenzo vede per la prima volta Firenze dall’alto, dal poggio su cui è adagiata Fiesole, e ci entra un passo alla volta, assaporando metro dopo metro ogni aspetto del territorio, il fasto delle dimore nobili, i parchi, la città che poco alla volta prende forma e brulica, che si fa conoscere poco alla volta. Lorenzo la vede così per la prima volta, mica scendendo alla stazione e entrando nel frullatore delle bancarelle nel piazzale appena lì fuori.
E se c’è un regalo che questo cammino può dare, di valore inestimabile, è esattamente questo: la conoscenza – un passo alla volta – di tutto ciò che nella fretta chiamiamo semplicemente “la distanza” tra due punti, che ne è invece la sostanza, tutto ciò che alla fine ci rimane dentro al termine del cammino e che porteremo sempre – sempre – con noi.

(Questo mio articolo è stato pubblicato in prima battuta sul sito di Note Modenesi)

lunedì 1 agosto 2016

Scusi per le chiacchiere

Ada Papaveri mi saluta mentre riprendo il cammino dicendomi "Scusi per le chiacchiere". Che invece a me era piaciuto tantissimo chiacchierare con lei.
Mentre risalivo da Casalecchio verso Badolo, nella prima tappa della Via degli Dei, avevo visto un muretto su cui appoggiare lo zaino e fermarmi a mangiare il panino che mi ero fatto preparare da un salumiere giù a Bologna, in via Saragozza.
Lei, Ada, era lì, oltre quel muretto, in un grandissimo terrazzo a livello del terreno, affaccendata in piccole cose, stava piegando qualcosa appena preso dallo stendino. Insomma, era evidente che abitava lì.
Quando le chiedo se posso appoggiare lo zaino, lei mi risponde di entrare lì, nel terrazzo, che posso sedermi a riposare.
Ada ha 80 anni - già compiuti, precisa lei - e quel posto in cui io mi ero fermato per caso è la vecchia trattoria Vizzano, che è chiusa da molti anni. E in cui Ada, con suo marito, ha lavorato per 62 anni.
Mentre mi riempie la borraccia e mi fa un caffè con la moka, mi spiega che lei ha continuato a vivere lì anche dopo la morte di suo marito, anche se la trattoria adesso è chiusa e "c'ho delle malinconie". Poi mi lava una pesca e mi fa fare un giro dentro ai locali dell'osteria, vuota, ma si capisce da come ci si muove che quella era la sua vita. E lo è ancora adesso. Anche se da quelle parti di macchine ne passano al massimo dieci al giorno e c'è solo la compagnia di tanto in tanto di chi percorre la Via degli dei.
Mi racconta dei tempi andati, quando li era sempre pieno di gente. E di quando a un certo punto ha smesso di servire ai tavoli ed è rimasta in cucina ("per servire ai tavoli ci vogliono delle belle ragasse", mi dice).
Quando me ne vado, per riprendere il cammino, le dico che prima o poi ripasserò. E lei mi assicura che quel giorno "un piatto di tagliatelle ce lo posso fare".
E poi mi saluta, dicendo "e scusi per le chiacchiere".
E io capisco che la gente così, se vai di fretta, non la incontri.
E che andare piano, un passo alla volta, è la cosa giusta.

giovedì 7 luglio 2016

Scegliere

Posa il bicchiere di vino sul tavolino, lì in quella piccola osteria del centro, mi guarda e dice: "Avevo bisogno di tornare alla fatica della gavetta, perché il successo, il palco, i fans, tutte queste cose erano solo un'invenzione, non avevano a che fare realmente con la musica. Solo nella fatica della gavetta potevo ritrovare la passione, la bellezza della ricerca, la musica, l'amore in un certo senso, perché conta solo questo. Ed è per questo che adesso sto bene. Perché ogni giorno torno alla gavetta, ci posso mettere la passione e le paure dell'inizio, mettere tutto me stesso".
Abbandonata una decina d'anni fa la band con cui girava tutta l'Italia, ospite in tv, le foto sui giornali, ora scrive musica rispondendo solo alle sue corde, si prende cura di sei o sette allievi a cui trasmette il tormento interiore della musica suonata come si deve, e non si sente affatto solo tra le quattro mura dei jazz club semiclandestini in cui suona fino a tarda notte. Perché è quello che voleva veramente. Il coraggio di scegliere.

giovedì 16 giugno 2016

Perché ha ragione Manghi a citare Galeano

“L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”.
Giammaria Manghi, sindaco di Poviglio e presidente della Provincia di Reggio Emilia, chiude il suo intervento nel giorno dell'inaugurazione del CORE, il "Centro Oncoematologico Reggio Emilia" citando Eduardo Galeano.
Una citazione che rende giustizia al concetto stesso di "comunità", che una certa narrazione sbrigativa, vorrebbe invece dare già per liquidata anche su questi territori.
Ma non è così.
Perché se è vero che da queste parti la politica è ancora una pratica che ha nel mirino il bene comune (e che contribuisce al progetto CORE con quasi 12 milioni tra Stato e Regione alla spesa, cui se ne aggiungono circa 21 aziendali), ecco anche la fetta di 2,6 milioni frutto di alienazioni e donazioni da parte di associazioni di volontariato, prime fra tutte la Fondazione Grade Onlus e Apro.
Eccola, quindi, la comunità, che si esprime su piani sovrapposti, intrecciando in una trama quotidiana pubblico e privato, politica e volontariato, palazzo e cittadini. Una prassi che che da queste parti si fa modello quotidiano. Da sempre. E che non ha affatto paura delle utopie, perché è proprio su quelle che traccia il proprio cammino, di cui il CORE è una tappa luminosa.

venerdì 3 giugno 2016

Io intanto inizio a giocare


Il particolare che racconta tutto, in questa foto, è lì a destra, in basso: la bambina che gioca con i sassi, a due metri dal palco delle autorità, deliziosamente indifferente alle parole dei grandi.
Quella bambina che gioca alla base del palco, rompendo la rigidità di ogni protocollo, è il migliore omaggio spontaneo all'inaugurazione del nuovo volto del Parco dell'Osservanza a Imola, il complesso nato nel 1890 come ospedale psichiatrico provinciale, trasformato ora in una gigantesca area verde a disposizione dei cittadini.
Nel giorno in cui la Repubblica compie 70 anni, la città recupera queste aree di solitudine e di sofferenze e le apre a un nuovo uso, alle felicità quotidiane delle passeggiate, delle corse, delle biciclette.
E al gioco, naturalmente.

lunedì 30 maggio 2016

E invece tocca prima alle rose

Quando prende la parola Ho Thi Kim Thoa - vice Ministro del Commercio e dell’Industria del Vietnam - l'attesa immediata è per indicazioni sugli accordi bilaterali, sull'export, sulle merci e sugli investimenti. E invece tocca prima alle rose, perchè inizia raccontando lo stupore e la meraviglia per la bellezza dei fiori e delle rose che ha visto lungo le nostre strade, nei nostri giardini.

martedì 24 maggio 2016

Dove ci siamo già visti?

La figura di merda che sto per fare - perché le cose vanno chiamate con il loro nome - è lì in mezzo a tanta altra gente, nel corso di un evento pubblico.
Circa duecento persone, una minuscola località del ferrarese, qualche giorno fa.
Mentre attraverso la sala, incrocio il suo sguardo.
Lui sta con una mano in tasca e l'altra a reggere il bicchiere con il prosecco.
Questo lo conosco - penso tra me e me. Si, ma chi è?
Anche lui mi guarda e credo mi riconosca.
Tiro dritto. Poi mi ricordo.
E' il sindaco.
Torno indietro.
"Salve, come va", sorrido.
"Bene. Lei?" risponde.
"Si, sempre un po' di corsa", dico, così per dire.
Rotto il ghiaccio, dissimulo.
"Scusi, prima non l'avevo riconosciuta, lei è il sindaco".
Lui intuisce la tragedia in cui sto per infilarmi e guarda il pavimento scuotendo piano il capo.
"No", dice quasi scusandosi.
"Ah no, scusi" - replico subito, tentando un recupero che appare già disperato. "E' che lei - mento, imboccando ai duecento all'ora un tunnel senza uscita - assomiglia moltissimo a un sindaco del piacentino che ho visto qualche settimana fa. Mi confondevo. Scusi, sa, tantissimi appuntamenti, è per questo".
"Ah davvero assomiglio a un sindaco?", chiede lui. "Di quale Comune"?
Domanda-basic, che avrei dovuto prevedere. E che invece riduce la quota di ossigeno a mia disposizione.
"Ehmm, quello, come si chiama, sull'appennino di Piacenza. Adesso mi sfugge", rantolo.
"Bettola?", mi viene in soccorso lui.
"Uhmmmmm no. Nononononono", dico io. "Adesso non mi viene in mente il nome. Comunque vi assomigliate tantissimo".
"Io e lei ci siamo visti la scorsa settimana fa a Reggio", fa lui, venendomi in soccorso..
"Ah vero, si si". Dico io. E in effetti ricordo. Però ricordo con qualche piccola (ma determinante) lacuna, che mi spinge sempre più verso lo schianto finale. "Si, era con X e Y, ricordo".
"Ehm, boh, no, non direi", fa lui, "Non li conosco" dice piano, mentre con la punta del piede, sguardo basso, disegna un cerchio immaginario sul pavimento.
"Ahahahah, ma invece si! Mi consola trovare uno che ha meno memoria di me - azzardo, facendo il simpaticone da due soldi - Ho ancora il biglietto da visita che mi ha dato", continuo, estraendo dalla giacca un biglietto da visita che - nella mia testa - è il suo.
Ma naturalmente non è il suo.
Non saprà mai con chi ho parlato.
Per fortuna il buffet trabocca di prosecco.




giovedì 28 aprile 2016

Oggi così.


 Ma si, che poi - se uno ci pensa - alla fine una giornata ruota intorno a cose dette o sentite dire, no? Quelle cose che in un modo  nell'altro, ne determinano la rotta. Oggi, io, così.
  1. Cazzo se l’abbiamo capito
  2. Raccogliere un vincolo rispetto al rinnovo. 
  3. Domani potrei ricominciare a fumare.
  4. Per caso voleva firmare?
  5. Se tu riuscissi a darmi una traccia oggi pomeriggio ti farei il monumento. 
  6. No la prossima settimana è tutta out prima della partenza.
  7. Il set-up della sala.
  8. Quel tramezzino.
  9. P**** *******
  10. Ste. Cazzo, Ste.

venerdì 22 aprile 2016

La velocità dei miei pensieri era oltre la luce


Durante una delle mie notti insonni in cui spaziavo con la mente, avevo la sensazione che il mio cervello viaggiasse ad altissime velocità.
Penso di aver raggiunto velocità prossime alla luce.
Con un corpo che si avvicina alla velocità della luce si può disegnare un cono di luce e suddividere lo spazio in regioni: il futuro, il presente e il passato.

La mia mente viveva oggi, ieri e domani.
Io mi vedevo bambino.
Adulto, come prima della malattia.
Come oggi.
Vecchio come domani.

Ed ero sempre uguale, sempre con Elisa vicina, con i miei amici, ed ero sereno e felice.
E sicuro di me.

Il mio cervello si stava espandendo, il mio corpo stava vibrando, stavo diventando energia pura.

Stavo visualizzando i colori dell’arcobaleno.

I fisici che stanno ancora cercando i tachioni dovrebbero viaggiare come stavo viaggiando io.

La velocità dei miei pensieri era oltre la luce.

[Questo è un passaggio del libro autobiografico di un amico malato di sclerosi multipla. Che non muove più un muscolo, solo la testa. E che racconta con queste parole le sensazioni delle notti immobili a letto.]

mercoledì 13 aprile 2016

Lassie, improvvisamente






- I miei genitori erano originari di Padova. Poi però mio papà ha cambiato cognome
- E cosa significa il tuo cognome?
- Nothing. It means nothing.
Sophia Shepodd, la giornalista bionda sulla sinistra nella foto, stamattina mi ha risposto così. Nothing. 
E poi mi ha spiegato (in inglese, ma è per capirci) : "Mio papà voleva semplicemente che nessun altro potesse avere il suo cognome. E quindi, quanto è diventato famoso, si è inventato un cognome d'arte. Shepodd. Che non significa niente. It means nothing, Stefano".
Si, è vero. Il tavolo, a sinistra nella foto, sembra molto serio. E i temi lo sono davvero, perché si parlava di investimenti USA in Italia. E, in particolare, delle relazioni economiche USA/Emilia-Romagna. Gli USA sono il secondo Paese (dopo la Germania, prima della Francia) partner commerciale dell’Emilia-Romagna e nel 2015 hanno assorbito esportazioni regionali per oltre 6 miliardi di euro (il 10,9% del totale regionale). 
Però sapere che la giornalista che curerà lo speciale economico su USA Today è Sophia Shepodd, la figlia di quel Jon Shepodd interprete principale della serie Lassie (sugli schermi tv americani ininterrottamente dal 12 settembre 1954 al 25 marzo 1973), ha reso la mattinata più familiare. 
Che, ogni tanto, ci vuole.

martedì 12 aprile 2016

Which war?

A un certo punto, dopo che il Presidente della Regione Emilia-Romagna - narrando alcuni cenni storici di questo territorio relativi al lavoro - fa riferimento al "dopoguerra", l'ambasciatore Usa in Italia, John Phillips, lo ferma e chiede: "Which war"?
Quale guerra?
Quale dopoguerra?
In mezzo a tante parole importanti nel corso del colloquio ufficiale di ieri, queste mi hanno colpito più di altre. Perché, più di altre - in una sola domanda - sono la rappresentazione plastica degli infiniti punti di osservazione, del relativismo, della vastità della storia. 

sabato 9 aprile 2016

Il discorso di inaugurazione perfetto

A un certo punto, quando tutto è pronto per il taglio del nastro, Enrico si guarda intorno e dice: ci vuole un bambino: "C'abbiamo dei bambiniii?", urla verso il giardino.

Sai quando dici che un Paese lo conosci solo se entri nella sua pancia.

Ecco. Ca' di Lugo è una delle tante magnifiche pance di questo paese, una frazione che un sabato mattina si presenta quasi per intero nel cortile alberato del centro di aggregazione, ricreativo, culturale, che ha appena riaperto. C'è l'inaugurazione. Pochi tacchi, molte scarpe da ginnastica. Mani incrociate dietro la schiena e sorrisi larghi.

E di giovani non è che ce ne siamo tantissimi, ma insomma, dai.

Però un paio di bambini si, e portano a Enrico il cuscino su cui poggiano delle forbici prese certamente dal cassetto del bar del Circolo.

E prima del taglio del nastro, Enrico ha il tempo per rimproverare Gian Battista, in ritardo, che si appoggia su una stampella (C'abbiamo anche la rampa per gli handicappati, sali di lààà!).

E, finalmente, il discorso. Di quelli che si sentono quando per fortuna la retorica muore sepolta.

"Ho fatto l'asilo dalle suore qui a Lugo, e quindi sono diventato comunista per forza", ride Enrico, raccontando al pubblico sparso tra i tavolini, lì nel cortile. "Il lavoro mi ha portato molto in giro, ma alla fine eccomi ancora qui, a 60 anni, a inaugurare un posto importante per tutti noi. A sessant'anni qualcuno si prende un'ucraina, o si compera un'Harley Davidson. E in ogni caso ventimila euro li deve spendere. Io invece, insieme a tanti altri volontari, ventimila euro li ho cercati da metter qui per il centro sociale, Così qui in paese stiamo tutti meglio. C'è spazio per i giovani, per gli anziani, c'è il bar".

Che secondo me, come discorso di inaugurazione, è perfetto.

domenica 20 marzo 2016

Dall'apriscatole alle epurazioni, la democrazia sbrigativa del M5S

Derubricata rapidamente a pesce d'aprile l'idea dell'"Uno vale uno" nel portale (mai attivato), e riposto nel cassetto l'apriscatole con cui avrebbero dovuto aprire il Parlamento come una scatola di tonno, per i grillini si apre adesso l'orizzonte dell'epurazione delle liste nelle periferie.

Grillo&Casaleggio, dopo aver dato il benservito a schiere di singoli attivisti non allineati (con particolare morbidezza nell'uso degli aggettivi quando si è trattato delle donne), un paio di giorni fa hanno tirato una riga su intere liste, azzerando la corsa alle urne a Latina, Rimini, Ravenna, Salerno, Caserta in vista delle elezioni amministrative in programma tra un paio di mesi.

Anzi, non era una riga. Era un clic.
Scusate, un p.s.
Forse un post, non ricordo.

Insomma, sulla solenne pomposità del gesto ci siamo intesi.
Ma un gesto talmente umiliante che persino l'iperattivista (e allineato) pentastellato Marco d'Attorre sbrocca, si rivolge allo "staff": "Vogliamo vedere le vostre facce, sapere i vostri nomi. Giochiamo ad armi pari. Fate questo o il Movimento morirà di microcefalia. Due righe di blog e chiusa lì. Ma da quest'altra parte del blog ci sono delle persone. Degli attivisti che per cinque anni hanno speso ore e ore di impegno e energie".

Le persone, appunto.
I cittadini, per meglio dire.
Cittadini, a cui qualcuno dovrà spiegare - ancora una volta - che la democrazia è un esercizio faticoso, e che forse nelle mani di uno staff che da un pulpito digitale distribuisce a piene mani colpe e rimozioni, si va (il M5S) veramente poco lontano.

Rimane sullo sfondo il vero tema, e cioè l'impossibilità, per parte dei cittadini (sono tanti), del diritto di reale rappresentanza, dal baricentro romano, giù giù fino alle ultime periferie.
A perderci, a conti fatti, siamo tutti, indipendentemente da come ci si collochi politicamente (Io il M5S non lo voterei mai, ma è una non-notizia lo so).

Come sintetizza Paolo Calvano, "il proprietario del marchio ha deciso che li il M5S non ci sarà. Quel proprietario e' lo stesso che accusa tutti gli altri partiti di non tutelare la democrazia".
Ecco, forse qualche dubbio su come maneggiare la democrazia - da quelle parti - bisognerebbe porselo, perché richiede veramente molta pratica e pochi clic.

sabato 23 gennaio 2016

La solitudine di Stoner (non quello della Ducati)


Prendi un bambino, fagli lavorare la terra da quando ha cinque anni, ingabbia la sua vita nel ciclo ripetitivo e faticoso del lavoro duro dei campi, che crepa le mani dal freddo, che brucia la pelle dal sole, che incurva le spalle e ammazza di fatica, che non conosce dialoghi familiari, che limita l'orizzonte alla scansione dei pasti essenziali e al precipizio nel sonno, per poi ricominciare, sazio nella inconsapevole semplicità della propria condizione.
Poi, a 19 anni, fagli scoprire il sonetto 73 di Shakespeare. 
Ecco l'aria che entra, l'ossigeno ai sogni, orizzonti che si schiudono, mondi interiori che si svelano, l'abbandono della terra, la scelta degli studi universitari, le nozioni che prendono forma, che entrano in circolo, il "sapere" che ti travolge, che ti spalanca il mondo vero, e capisci chi sei, dove sei, dove vorresti andare.
E, nel prendere coscienza di te, improvvisamente anche la consapevolezza di essere solo: "Non aveva amici, e per la prima volta nella vita prese coscienza della solitudine".
La solitudine, intesa come condizione percepita solo se si è abbastanza attrezzati per riconoscerla.
La grandezza intatta di "Stoner", il romanzo di John Williams, scritto nel 1965, ambientato nel 1910, piovuto (dentro la carta regalo) sulla mia scrivania qualche giorno fa. Un magnifico regalo.

sabato 2 gennaio 2016

"E' nel caos che trovo l'ordine della mia mente"


Il mio amico malato di sclerosi multipla, mi scrive: "C’è una canzone dei King Crimson in cui mi sono ritrovato fin dal primo ascolto, quando avevo 16 anni. Epitaph. Le prime parole sembravano parlare di me:”Confusion will be my epitaph…". E' nella confusione che do il meglio di me".

Mi scrive così per parlare dei badanti, delle persone che si prendono cura di lui. 
Quando sei costretto su una sedia a rotelle, e non muovi nient'altro che la testa, tutto si concentra nei pensieri. 

La giornata è tutta incanalata nei pensieri, nei dialoghi, nelle parole. La vita è lì.
E la gente che ti accudisce 24 ore al giorno, non può essere solo qualcuno che si prende cura di te fisicamente. Deve saper trasmettere qualcosa. E deve saper assorbire. Uno scambio, insomma.
Nel libro che il mo amico sta scrivendo per raccontare la sua esperienza, descriverà bene la quotidianità in compagnia di queste persone, persone buone ma non sempre all'altezza del compito, a volte insensibili, o pigre, spesso distanti dall'idea di un coinvolgimento vero.

Ma se fosse un annuncio di lavoro, le sue parole nel messaggio di oggi renderebbero benissimo ciò che cerca:.

"Le persone che vivono con me devono essere stimolanti, devono farmi venire voglia di uscire. Io sono pigro, ho bisogno di persone che mi facciano uscire, devono farmi venire la voglia di muovermi, mi sono comprato anche una macchina per poterlo fare. 
La mia mente vive dei momenti di entropia dovuta alle 1000 esperienze, nozioni, idee, che mi frullano in testa, e trovo sempre il filo conduttore, mentre mi trovo molto male nelle menti vuote come quelle di alcuni badanti, dove il vuoto mi lascia sgomento e incapace di dire qualsiasi cosa. Il caos totale mi esalta, è all’interno di questo che creo e do ordine e assetto alla mia mente, da qui partorisco le mie idee, la mia voglia di misurarmi e interagire con il mondo. E’ nel caos che metto ordine e trovo la ragione e l’ordine della mia mente".