martedì 17 gennaio 2017

La svastica di via Valdonica

Spero, guardando la foto, che non stiate veramente sfornando congetture su complotti o strategie sotterranee, piani segreti o rivoluzioni in erba. Questa roba qua è merce appena sotto la linea del comprendonio, dai, quel minestrone stanco di chi arranca a metà tra la sciatteria e la pigrizia, tra mani affondate nelle tasche al pomeriggio e checazzofacciamooggi, tra un'overdose di social mentre cazzeggi in centro sguardo allo schermo e checazzomenefrega. Roba così. Un vandalismo con l'impassibilità dell'ignoranza, con l'imperturbabilità della trasandatezza. Per questo la svastica sul muro di via Valdonica a Bologna, esattamente nel punto in cui Marco Biagi è stato ucciso dalle Brigate Rosse il 19 marzo del 2002 e a 100 metri dal Museo Ebraico, è ancora più offensiva. Perché è figlia di niente. Di un cazzeggio nato chissà come, che non ha certamente a che fare né con Biagi né con il Museo. E' offensiva perché, ignorandola, umilia la memoria.
Aveva ragione Derek Bok: "Se pensate che l'istruzione sia costosa, provate l'ignoranza".

lunedì 9 gennaio 2017

Otto domande a Marco, grillino moderato.


Caro Marco, a te che sei un grillino moderato - oltre che un amico d'infanzia nei giochi nel cortile - a cui credo di poter fare delle domande senza ricevere non-risposte tipo "si ma anche il PD", vorrei fare 5 domande.

5 domande per capire, te lo giuro.

Solo per capire.

1 - Avevate promesso che sareste stati quelli della democrazia diretta, ma con il nuovo codice degli eletti, appena approvato, Grillo si riserva di valutare “in totale autonomia” le notizie di un procedimento penale a carico di un cinquestelle. Uno vale ancora uno?

2 - Avevate spergiurato che un avviso di garanzia fosse condizione sufficiente per la sospensione dal M5S, ma adesso avete cambiato idea. Eppure poco tempo fa Di Maio diceva: “Di fronte a un avviso di garanzia bisogna dimettersi. Sono contrario alla presunzione d’innocenza per un politico“. Chi ha ragione? Intendo indipendentemente dai motivi di opportunità politica. Grillo o Di Maio?

3 - Volete il referendum per uscire dall'euro (e dall'Europa), ma in 24 ore passate dal massimo euroscetticismo dell'alleanza con Nigel Farage, leader dell'Ukip (motore principale della Brexit) all'abbraccio con il turboeuropeismo dell'Alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa, presieduto Guy Verhofstadt. Mi spieghi qual è la vostra idea di Europa? Mi basterebbe anche solo capire se volete ancora abolire l'euro e tornare ai baiocchi. Alla lira, scusa.

4 - Volevate azzerare ogni tipologia di finanziamento pubblico dei partiti, ma in Europa non avete il coraggio di non iscrivervi ad alcun gruppo, perché perdereste complessivamente circa 700mila euro di finanziamento pubblico. Per caso avete capito che per fare attività sui territori servono i soldi?

5 - Affidate decisioni alla vostra base chiedendo un clic sul sito, ma poi su circa 9 milioni di elettori che vi ha dato fiducia nel 2013, sul blog - quando va bene - votano in 40mila. E' un numero che vi rassicura?

C'è una sesta domanda per te: non vi sentite come un osso spolpato? Non vi sentite traditi (settima domanda, è vero, scusa)? Perché un conto è migliorarsi per approssimazione, correggendo via via alcune rigidità. Un conto è azzerare i pilastri su cui siete nati, cancellare gli elementi identitari del Movimento.

Ultima domanda, l'ottava: mi spieghi cos'è oggi il Movimento 5 Stelle?


lunedì 2 gennaio 2017

La gara di torte in faccia ai negri

"Ma quindi su Internet chiunque potrà scrivere quel che gli pare anche se sono delle balle colossali? E se la gente poi ci crede?".

Te la ricordi, Fabrizio de Gennaro, quella domanda che ci eravamo fatti a tavola, una sera di 22 anni fa, giovani smanettoni per una tecnologia che stava appena muovendo i primi passi?

Ci stupiva, già allora, l'idea di un campo libero da ogni tipo di regola e ci eravamo chiesti cosa ci saremmo dovuti aspettare, inconsapevoli che un ventennio più tardi parole come fake-news, clickbaiting, post-verità  ecc ecc sarebbero state il pane quotidiano del dibattito sull'evoluzione dell'informazione in rete.

Quella domanda era diventata uno scherzo, così per provare. Ci eravamo inventati una cosa talmente grossolana, che - secondo noi - proprio solo i tonti ci sarebbero potuti cadere. Ci interessava buttare l'amo, raccontare una balla e vedere quanta gente ci sarebbe cascata.

Internet non esisteva nella forma di oggi, c'erano la BBS (Bulletin Board System), ma insomma, erano le prime comunità digitali, l'embrione della rete, e servivano perfettamente allo scopo.

Non eravamo andati per il sottile, proprio per capire fino a che punto la rete traboccasse già allora di gonzi e boccaloni, e il titolo del post era talmente urlato che nessuno - tranne forse i lettori di Libero (che però allora non esisteva) - lo avrebbe potuto trovare normale: "Gara di tiro di torte in faccia ai negri".

Il testo pubblicato diceva:

"All'inizio di luglio si terrà a Modena una manifestazione allucinante, si tratta del tiro al negro. Al posto del classico pupazzo saranno alcuni extracomunitari a ricevere le torte in faccia. Si tratta di giovani immigrati che si sono prestati a questa umiliazione per arrotondare le loro magre entrate. Sembra che l'iniziativa avrà luogo in piazza Matteotti e sarà organizzata dall'associazione Giovani Revisionisti, che organizza seminari sulle differenze razziali. L'incasso servirà a finanziare progetti dell'associazione stessa, 3 tiri 10mila lire (5 euro, ndr), salvo una quota - mille lire a torta ricevuta in faccia - che sarà destinata ai bersagli. Diteci cosa ne pensate, anche solo in poche parole". 


Avevano risposto una settantina di persone, un numero esorbitante per l'epoca, tutte scandalizzate. Solo un paio avevano capito che era una presa in giro. La sostanza è che tutti se l'erano bevuta. E che una balla era diventata una verità. E che quelli che noi pensavamo fossero tonti, gonzi ecc ecc, erano in realtà persone normali a cui era stata venduta una notizia "come se". Come se fosse vera. E lì c'è poco da fare.

C'erano infatti tutti gli elementi necessari a rendere, se non vera, almeno verosimile la vicenda, che è esattamente il filo sottile su cui camminano e cadono miliardi di navigatori sul web, costituendo di fatto l'alveo naturale per le verità relative.

Nel nostro caso c'era la questione degli immigrati, c'era la spavalderia di una destra che - pur in un modo umiliante per gli extracomunitari - provava a ripulirsi la coscienza, c'era l'elemento dell'accettazione da parte degli immigrati. C'era il disprezzo di quel termine - "negro" - che rendeva credibile il tono muscolare della xenofobia che si traveste da organizzatrice di eventi.

In sostanza, la classica bufala che indossa il soprabito elegante della notizia.
Se ne era occupata Rai3, ricordì? Con quel servizio in cui fingevano un'incursione nella finta sede modenese dei Giovani Revisionisti. E il Manifesto il 29 giugno 1995 ci aveva dedicato un'intera pagina, con uno dei loro titoli - "Giochi di rete" - con l'illustrazione di Libertini. Io e te, uniti nella provocazione, avevamo idee diverse. Tu eri per la totale deregulation della rete. Io, notoriamente più noioso e paraculo, un paio di argini invece li avrei visti bene, più che altro per evitare l'esondazione della merda digitale.

La penna del Manifesto era quella di Daniele Barbieri, che nell'articolo, rivolto agli autori della provocazione (cioè noi) scriveva: "Si potrebbe loro obiettare che una rete telematica mondiale è per sua natura incontrollabile e che può essere controproducente lanciare questo genere di provocazioni dato che deliri variamente razzisti (o anti-gay) circolano già; e non per scherzo".

Da allora l'unica cosa che è cambiata è che,a quelli razzisti, si sono sommati milioni di altri tipi di deliri. E che, sì, per sua natura - come avevamo constatato con la storia delle torte - il web è per sua natura incontrollabile. 

mercoledì 21 dicembre 2016

Michele Massari: un Piccolo Cafè, una smisurata modestia.

Michele Massari, il papà del Piccolo Cafè di New York, mi manda un messaggio su whatsapp per dirmi che sul Corriere della Sera c'è una sua foto in cui indossa la stessa t-shirt che indossava un mese fa quando ci siamo conosciuti a New York allo store della Ducati, a Tribeca, in occasione di un evento dedicato a Bologna.
In effetti è proprio la stessa t-shirt.
Se non sapete cosa sia quel disegno, ve lo dico io: è roast-beef.
Ma non è un roast-beef qualunque.
La storia di quel roast-beef la racconta Michele al Corriere della Sera così:

"Un giorno ricevo una lettera che mi informa dell’ennesimo aumento dell’affitto dei locali dei miei ristoranti. Meditavo su come affrontare il problema cucinando un roast-beef , l’ho fotografato. Da qui è nata l’idea di far imprimere le immagini del nostro lavoro su delle t-shirt".

Un'idea che, da quel momento, è diventata un nuovo business, una linea di t-shirt - #BolognaNY - ispirata alla cucina. E, a ruota, anche canotte, tessuti, fodere per giacche. Che adesso vanno a ruba nella Grande Mela, oltre che online.

La cosa che più mi lascia sbigottito è la modestia di Michele, che mi scrive:

"visto che la indosso nella foto che ci siamo fatti assieme... condivido con infinita gioia e orgoglio, quello che per me era solo una enorme forma di espressione e esercizio creativo, sono felicissimo che piaccia e che abbia trovato spazio sul Corriere della Sera edizione Nazionale sezione Moda, che sogno!!"

Michele che considera un sogno avere avuto spazio sul Corriere della Sera edizione Nazionale sezione Moda.

Lui che  ha lasciato l'Italia per seguire un sogno.

Che nel 2009 è partito con uno stand di 1 metro quadrato (un metro quadrato, si) a Union Square per servire caffè espresso e cappuccini insieme all'inseparabile socio e compagno di avventura, Alberto Ghezzi.

Che nel giro di sette anni è passato da uno stand di un metro quadro da dividere in due persone, a una superpotenza con 60 dipendenti e quattro punti vendita a New York, meta di migliaia di clienti tutti i giorni.

Che ha allargato il raggio di impresa a catering, editoria, moda.

Che è diventato un punto di riferimento negli USA.

Che tra i suo clienti ha aziende come Google e Facebook.

Che ai tavolini dei suoi bar siedono Susan Sarandon, Uma Thurman e Al Pacino (per citarne solo alcuni)

Ecco.
Quando si dice la modestia, che è solo dei grandi, quella è di Michele Massari e di Alberto Ghezzi.

E del loro straordinario Piccolo Cafè.




sabato 17 dicembre 2016

La normalità della mafia


 
Vietato entrare alle teste di cazzo.
E' solo un adesivo appiccicato a una porta, ma si fa notare.
E' all'interno di un capannone a Calendasco, in provincia di Piacenza, confiscato alla mafia e consegnato al Comune.
Ci sono stato stamattina. Uno di quei luoghi sospesi nel tempo.
Tutto cristallizzato, il tempo fermo al momento in cui quel luogo è passato di mano, pochi anni fa.
Dall'illegalità, al Comune.
Che ne farà un magazzino per gli attrezzi comunali. E che lo ha già utilizzato coinvolgendo le scuole, in collaborazione con Libera.
Tra le pieghe di questo tempo immobile, un viaggio fotografico nella normalità della mafia.
Perché è questo il vero pericolo.



























giovedì 8 dicembre 2016

Da fuori sembrava così. [L'irrintracciabile laica vocazione del giornalismo]

Questo mio post è mortalmente noioso, da travet della comunicazione.
Davvero solo un tentativo di parziale illuminazione a occhio di bue su un dettaglio infinitesimale - ma importante, per me - che riguarda il tema della comunicazione. Solo per avvisarvi nel caso vogliate leggerlo, ecco.
E, seconda excusatio non petita in due righe, non è un peana a favore di Renzi.
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Matteo Renzi, chiudendo il discorso in cui ha annunciato le dimissioni dopo la vittoria del No, ha riservato le ultime parole ai giornalisti. Queste:

"Vi chiedo, nell'ora della post-verità, nell'era in cui in tanti nascondono quella che è la realtà dei fatti, di essere fedeli e degni  interpreti della missione importante che anche voi avete per il vostro Paese e direi per la vostra laica vocazione".

E' un appello intriso di sarcasmo dolente, dai toni amarissimi, diretto a una categoria - quella del giornalismo - con cui la politica, ma più nel dettaglio l'amministrazione pubblica, ha sempre avuto un rapporto tormentato, complicatissimo, tortuoso, diciamo così.
Sullo sfondo, o piuttosto in primo piano, il tema della laicità del giornalismo. Una laicità declinata qui al piano professionale, ma che possiamo provare a proiettare al Paese intero.

Nelle parole di Renzi c'è, evidentemente, l'idea che una quota della narrazione dell'azione di governo - da parte dei media - non sia stata aderente alla realtà delle cose. Con il conseguente tradimento di quella "laica vocazione" che dovrebbe costituire il presupposto della professione.

Prendo ad esempio Renzi solo perché è stato lui a mettere sul tavolo questi elementi. Ma il discorso è del tutto indipendente da lui e da chiunque altro. Ha a che vedere con il giornalismo, la comunicazione, la politica. Fine.

[mozione d'ordine (si dice così mi pare): evitate già a questo punto repliche del tipo "si ma il governo racconta balle", "senti chi parla, proprio la politica che dovrebbe dare l'esempio" ecc ecc. Vorrei veramente mettere a fuoco solo questo aspetto. Poi del resto ne parleremo. Fine della mozione d'ordine]

Sulla natura dello storytelling renziano si è detto molto, ma qui proverei a tenere l'attenzione su un piano più pratico, davvero banalmente pratico credetemi,  lontano da dietrologie et similia. Banalmente sdraiato sulla quotidianità di chi si occupa di giornalismo e comunicazione pubblica. Proprio lì dove nascono le cose, dove i fatti che diventeranno grandi hanno la dimensione iniziale del primo passo, di una cosa ancora amorfa.

Quel che ho visto in 25 anni di lavoro, avendo avuto la possibilità di esperienze professionali su entrambi i fronti - sia nelle redazioni dei giornali, sia negli uffici stampa pubblici, sino all'attuale incarico - è che sono due mondi che usano codici diversi e che proprio - anche in buonafede - non riescono a comunicare.
Anche in buonafede, si. Non spesso, ad onor del vero.
Un aspetto sempre più evidente, quello dell'incomunicabilità,  da quando anche i muri hanno capito che, nel comunicare, conta l'empatia, mica l'ideologia (per fortuna, in un certo senso. Ma con un corollario di conseguenze che, ciao).
E quindi, obbligo di empatia. Con tutti i rischi di sciatteria e "disinformazione per approssimazione e superficialità" annessi.

In questa incomunicabilità, però, ci perdiamo tutti (tranne il populismo che si nutre di informazioni approssimative e ne esce ogni volta sazio, rifocillato).

Sento già il fragore dei vaffa che mi arriveranno, ma la vorrei spiegare con un esempio quasi fisico di ciò che succede quando si lavora in un ente pubblico e ci si occupa di comunicazione, nel momento in cui si costruisce la comunicazione per raccontare ai cittadini un risultato.

La prima scelta è "cosa" comunicare. Su cento cose fatte, si riesce a dare notizia di un decimo. E forse abbondo nella stima.

L'ente pubblico - dal governo centrale sino all'ultima delle commissioni consiliari di un comune - decide di dare notizia di un risultato: un finanziamento, un bando, una legge, un investimento, un progetto. In altri termini, intende dare conto ai cittadini di come risponde al loro mandato. In ultima istanza, di come si spendono i loro soldi. I nostri soldi. I soldi di tutti noi.

Anche il più piccolo dei provvedimenti spesso ha un grado di complessità non proponibile nel circuito dei media generalisti, che devono rispondere ai rispettivi target. Alle loro proprietà, potremmo dire, per dire già qualcosa a proposito della laicità del mestiere.

Nel comunicare ogni risultato, quindi, si sceglie inevitabilmente di ridurne giocoforza la complessità, confezionando la comunicazione già ad uso e consumo dei media con pochi elementi facilmente divulgabili, mantenendo nella narrazione la sostanza del provvedimento.
A questo punto del percorso, tocca ai media, sta a loro.
I media digeriscono queste informazioni passandole tra i filtri dei rispettivi criteri redazionali, lunghezze dei servizi tv, titoli sui giornali ecc, oltre che (o soprattutto per)  i rispettivi riferimenti politici e culturali, arrivando quindi al lettore finale con contenuti che in questa filiera perdono quasi completamente la sostanza originale.
E' una filiera asfissiata progressivamente dall'assenza in campo della laicità dei media, spazzata via dal combinato disposto della ricerca dell'empatia (quanti danni, quanti) e della faticosa corrispondenza ai desiderata dell'editore, portando all'esito di un proliferare di pulpiti che manco nell'enciclopedia delle religioni.
Eppure la laicità sarebbe dietro l'angolo. E non si dovrebbe per forza risolvere nella neutralità, no.
Sarebbe sufficiente - anzi, benvenuta - una dichiarazione di appartenenza. Manifesta. Che si fa pulpito, ma almeno lo dice.
Proprio così, basterebbe una laicità intesa come trasparenza di appartenenza. Una contraddizione in termini, lo so. Un'antinomia paradossale. Ma sempre meglio di niente.
Così, in un Paese che laico non potrà mai essere, almeno un terreno - quello del giornalismo - meriterebbe maggiore cura, diciamo così, evitando la trita pièce di una neutralità od oggettività mai tali.

In questa filiera torbida, la narrazione super partes affoga.

Ci perdono tutti, proprio tutti, perché in una narrazione strumentale (sia nel bene che nel male, sia chiaro, distorcendo la realtà ad uso e consumo sia di supporter che di haters) salta l'appuntamento finale, e cioè la narrazione "oggettiva" di come l'ente pubblico spende i nostri soldi, riservando ai cittadini una verità parziale, spesso distorta.
E considerando che proprio a proposito dell'informazione, Papa Francesco spiega che "la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia" (in sostanza a mangiare la merda, per dirla come va detta), quanto più basso è il livello dell'informazione, tanta più gente avrà la tentazione di sedersi a tavola per un lauto pasto.

Non parlo di propaganda.
Qui non si intende che il giornalismo debba essere piegato alla politica e ai capricci degli amministratori pubblici. Di Minculpop ce n'è stato già uno, e i danni si sentono ancora a quasi un secolo di distanza.
Basterebbe solo la chiarezza delle squadre in campo.

L'anno scorso ho incontrato un collega che per 30 anni ha lavorato in uno dei principali network televisivi del Paese. Personaggio noto insomma. Che poi ha accettato un incarico nell'ambito della comunicazione pubblica. Come direbbero i più cinici, "è passato dall'altra parte".

Quando ci siamo incontrati, gli ho detto scherzando: "Ti sei accorto che per 30 anni non avevi capito un cazzo? Che non ci sono dietrologie, complotti e tutte le altre cazzate che hai detto in tv per tre decenni"?
Non ha neanche tentato di ridere, mi ha guardato con uno sguardo un po' perso e una mano appoggiata alla scrivania e mi ha detto: "Non ne avevo idea. Eppure da fuori sembrava così".

Appunto.
Da fuori.
Sembrava.
La laica vocazione.











sabato 22 ottobre 2016

La Porsche parcheggiata davanti a casa di Mandela


Non avrei mai pensato che una Lamborghini fosse un indizio, E che una Porsche Cayenne e un titanico Hummer fossero gli altri due indizi per completare il tris di dubbi e servirmi su un piatto la prova schiacciante.
Eppure è così. 

A metà di Ngakane Street, una strada che scende dalle colline di Soweto (Scende. E' per capirci. Diciamo così perché noi l'abbiamo percorsa in discesa, dai), c'è la casa di Nelson Mandela.
Meta di pellegrinaggio per gli ammiratori di Madiba, che giungono qui da ogni parte del mondo, poco alla volta la villetta è stata blobbizzata (avete presente, no, il blob della sigla di Blob? Dai quella massa informe che si mangia tutto scendendo le scale, comprese le scale) da negozietti di paccottiglia locale.  

E fin qui, vabbè, si fa il callo al fatto che un luogo in un certo senso laicamente sacro, come la casa di Mandela, possa fare da volano all'economia del turismo political-pop. Certo, non ha ancora l'aspetto global che rende identica la Plaka sotto il Partenone e piazza Navona, o il centro di Spalato e i vicoli di Ortigia a Siracusa, tutti perfettamente interscambiabili nell'offerta di ciarpame low-cost. 
A Ngakane Street la chincaglieria ha mantenuto, almeno per ora, l'identità del luogo, tutta votata al merchandising locale o comunque orientato al Sudafrica.

Però c'è questa storia della Lamborghini. Che a un certo punto ne vedo una parcheggiata davanti alla casa di Mandela. E poi poco più giù lungo la strada ecco un Hummer. E poi una Porsche Cayenne. E poi Audi a manciate, Bmw come se piovesse, Range Rover a grappoli. E mi fermo perché ho finito le frasi retoriche (si, lo so, meglio).
Intorno ad ogni auto ci sono almeno un paio di ragazzi di colore che lustrano cerchioni e spolverano cofani, in attesa della mancia, che arriva regolarmente dal proprietario dell'auto. E i proprietari di queste auto, che fino a poco prima sorseggiavano aperitivi nei locali lungo Ngakane Street, sono tutti di colore.

Ognuno di loro lascia una mancia ai ragazzi, sale sull'auto, gira la chiave sul quadro e parte lentamente, scendendo ai 2 Km orari la discesa di Madiba tra due ali di folla assiepata tra botteghe e locali, in modo che tutti possano guardare con calma.

E' la passerella della nuova middle class del Sudafrica. Una middle class che ostenta la ricchezza materiale come affrancamento dall'apartheid, risultato finale di un percorso che parte dalle township minerarie ghettizzate e nelle stesse township si conclude con l'esibizione della Porsche, o dell'Hummer, o della Lamborghini lì dove tutto era iniziato, occidentalissima "way of life" a suggello di un percorso di emancipazione.
Che però, a conti fatti, spacchetta ulteriormente le differenze, introducendo a quella primordiale tra bianchi e neri, quella tra neri di serie A e neri di serie B, lasciati - quest ultimi - a lucidare nelle township i cerchioni delle auto di chi ce l'ha fatta. 
Ma chissà cosa direbbe Madiba.