sabato 4 febbraio 2017

Perché noi stavamo a giocare per strada, mica stavamo su Facebook.

Quelli  nella foto sono due campi da calcio. Sopra, quello di via Ferraris. Sotto, quello di via Pacinotti. Al posto dell'erba, l'asfalto. Al posto delle porte, due ringhiere. Ma in effetti cos'altro ci voleva? Per noi, che oggi abbiamo i capelli grigi (per chi ha ancora i capelli), questo bastava e avanzava. 
Noi, i bambini di via Ferraris, passavamo interi pomeriggi in quei 30 metri quadrati a tirare pallonate, a giocare 7 contro 7, a sbucciarci le ginocchia (perché l'asfalto è duro, non serviva Wikipedia a capirlo), a fuggire dopo aver spaccato i vetri dei vicini, a sperare di non forare il pallone quando cadeva tra i roseti dei giardini, a deformare la ringhiera a forza di gol, a darci gomitate che neanche il cartellino rosso sarebbe stato abbastanza. Sudando, esultando, correndo fino a rimanere senza fiato. Tutti i giorni, ignorando il caldo, il freddo, i richiami delle mamme dalle finestre perché era pronto il pranzo o la cena. Di fare i compiti, manco a parlarne. Le morose? Dio ce ne scampi. 
E se passava una macchina, ci si faceva da parte, però che palle, cosa ci faceva una macchina lì per strada proprio mentre giocavamo?
E i bambini di via Pacinotti, stessa cosa. Uguale.
E ci si stava veramente sulle palle, tra bambini di via Ferraris e via Pacinotti. E c'erano regole non scritte, ma accettate. Tipo che se si passava nella via dei "nemici" in bicicletta, il minimo che ci si dovesse aspettare era una pallonata, o un paio di sputi. E muti.
E dei genitori, a fare da giudici o tutori se finiva in rissa, manco l'ombra. E per fortuna, visto che chiamare la mamma o il papà era proprio da sfigati. Nessuno si lamentava. 
Anche la peggiore delle litigate per strada finiva in un niente, bastava il pallone a riportare tutto alla normalità.  Una normalità vera, che se sbagliavi un rigore i tuoi amici ti dicevano che eri un coglione, e tu sapevi che un po' era vero, ma finiva tutto lì, mica scomodavi l'introspezione per capire.
E se tua mamma ti dava un paio di sberle perché avevi strappato i pantaloni, andava bene così, mica avevi la visione di Caffo. 
E il derby tra via Ferraris e via Pacinotti - che si giocava pigiati che te lo raccomando - era una guerra vera e propria, con qualche calcio e un paio di pugni a compensare una tecnica che ciao, ma andava bene così. Che poi, vinto o perso, ero lo stesso, poi tutti in bicicletta a mangiare il gelato, che non si stava mica lì a postare le foto dei gol su Facebook. 
Perché noi stavamo a giocare per strada, mica stavamo su Facebook.


venerdì 27 gennaio 2017

Zerocalcare, raccontacela tu la Shoah


Non è proprio un appello nel Giorno della Memoria, ma credo che se Zerocalcare raccontasse la Shoah, la memoria - quella Memoria - almeno qui in Italia, non andrebbe perduta.
Lo hanno già fatto Art Spiegelman con Maus, la celeberrima e cupa graphic novel del 1989 in cui racconta la tragedia dell'Olocausto. E, da poco, anche Michel Kichka, con "La seconda generazione", dedicata ai figli dei sopravvissuti ai campi di sterminio. Per citare i più noti.

E' una forma, quella della graphic novel, che compete ad armi pari con la bibliografia tradizionale, vincendo a man bassa se guardiamo alla capacità divulgativa senza rinunciare al rispetto assoluto dell'autenticità storica. E che, soprattutto, ha infinite possibilità di trovare spazio negli smartphone dei nostri figli, prima ancora che nelle nostre librerie.

Su questo fronte, per citare altre esperienze, penso a Persepolis, la graphic novel di Marjane Satrapi, che ci ha portati nel cuore della quotidianità dell'Iran travolto dalla rivoluzione islamica con una delicatezza e una lucidità disarmanti. O allo straniamento - si fa per dire - scorrendo le pagine apocalittiche di "Fuga dal campo 14", in cui si narra la vicenda reale di Shin Dong-hyuk, l'unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord che è riuscito a scappare all'età di 23 anni.

Zerocalcare, che sul piano della narrazione è un fenomeno che tiene insieme il registro dell'ironia con la solidità della narrazione storica, si è già misurato con la questione curda con Kobane Calling e, giusto un mese fa, con Groviglio, ulteriori 12 pagine sulla stessa questione, ospitate su Repubblica. 
Si ride, ma soprattutto ci si informa, si capisce. In altre parole, si fa memoria. 
Il talento di Zerocalcare, per un obiettivo narrativo come quello della Shoah, sarebbe perfetto. Perfetto.

E non è vero che non ci si può scherzare. Non penso a Moni Ovadia o alla lunga tradizione dell'umorismo ebraico, o a Woody Allen, solo per nominare i più noti. Penso a Benigni. Ce lo ha fatto vedere lui, con La vita è bella, che sulla tragedia dei campi di sterminio si poteva fare memoria collettiva utilizzando - per la prima volta con eco mondiale - il tono dell'ironia.
Certo, ci aiutava una certa nostra opinione sui tedeschi dell'epoca. 
Tanto che - questo stesso fronte - già Totò, nei "I due Colonnelli", aveva rispedito al mittente l'intollerabile teutonica precisione nel rispettare gli ordini del maggiore Kruger e la sua "Ma io ho la carta bianca!", con l'indimenticabile "E ci si pulisca il culo".  
Che non era una graphic novel, ma andava benissimo lo stesso.

martedì 17 gennaio 2017

La svastica di via Valdonica

Spero, guardando la foto, che non stiate veramente sfornando congetture su complotti o strategie sotterranee, piani segreti o rivoluzioni in erba. Questa roba qua è merce appena sotto la linea del comprendonio, dai, quel minestrone stanco di chi arranca a metà tra la sciatteria e la pigrizia, tra mani affondate nelle tasche al pomeriggio e checazzofacciamooggi, tra un'overdose di social mentre cazzeggi in centro sguardo allo schermo e checazzomenefrega. Roba così. Un vandalismo con l'impassibilità dell'ignoranza, con l'imperturbabilità della trasandatezza. Per questo la svastica sul muro di via Valdonica a Bologna, esattamente nel punto in cui Marco Biagi è stato ucciso dalle Brigate Rosse il 19 marzo del 2002 e a 100 metri dal Museo Ebraico, è ancora più offensiva. Perché è figlia di niente. Di un cazzeggio nato chissà come, che non ha certamente a che fare né con Biagi né con il Museo. E' offensiva perché, ignorandola, umilia la memoria.
Aveva ragione Derek Bok: "Se pensate che l'istruzione sia costosa, provate l'ignoranza".

lunedì 9 gennaio 2017

Otto domande a Marco, grillino moderato.


Caro Marco, a te che sei un grillino moderato - oltre che un amico d'infanzia nei giochi nel cortile - a cui credo di poter fare delle domande senza ricevere non-risposte tipo "si ma anche il PD", vorrei fare 5 domande.

5 domande per capire, te lo giuro.

Solo per capire.

1 - Avevate promesso che sareste stati quelli della democrazia diretta, ma con il nuovo codice degli eletti, appena approvato, Grillo si riserva di valutare “in totale autonomia” le notizie di un procedimento penale a carico di un cinquestelle. Uno vale ancora uno?

2 - Avevate spergiurato che un avviso di garanzia fosse condizione sufficiente per la sospensione dal M5S, ma adesso avete cambiato idea. Eppure poco tempo fa Di Maio diceva: “Di fronte a un avviso di garanzia bisogna dimettersi. Sono contrario alla presunzione d’innocenza per un politico“. Chi ha ragione? Intendo indipendentemente dai motivi di opportunità politica. Grillo o Di Maio?

3 - Volete il referendum per uscire dall'euro (e dall'Europa), ma in 24 ore passate dal massimo euroscetticismo dell'alleanza con Nigel Farage, leader dell'Ukip (motore principale della Brexit) all'abbraccio con il turboeuropeismo dell'Alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa, presieduto Guy Verhofstadt. Mi spieghi qual è la vostra idea di Europa? Mi basterebbe anche solo capire se volete ancora abolire l'euro e tornare ai baiocchi. Alla lira, scusa.

4 - Volevate azzerare ogni tipologia di finanziamento pubblico dei partiti, ma in Europa non avete il coraggio di non iscrivervi ad alcun gruppo, perché perdereste complessivamente circa 700mila euro di finanziamento pubblico. Per caso avete capito che per fare attività sui territori servono i soldi?

5 - Affidate decisioni alla vostra base chiedendo un clic sul sito, ma poi su circa 9 milioni di elettori che vi ha dato fiducia nel 2013, sul blog - quando va bene - votano in 40mila. E' un numero che vi rassicura?

C'è una sesta domanda per te: non vi sentite come un osso spolpato? Non vi sentite traditi (settima domanda, è vero, scusa)? Perché un conto è migliorarsi per approssimazione, correggendo via via alcune rigidità. Un conto è azzerare i pilastri su cui siete nati, cancellare gli elementi identitari del Movimento.

Ultima domanda, l'ottava: mi spieghi cos'è oggi il Movimento 5 Stelle?


lunedì 2 gennaio 2017

La gara di torte in faccia ai negri

"Ma quindi su Internet chiunque potrà scrivere quel che gli pare anche se sono delle balle colossali? E se la gente poi ci crede?".

Te la ricordi, Fabrizio de Gennaro, quella domanda che ci eravamo fatti a tavola, una sera di 22 anni fa, giovani smanettoni per una tecnologia che stava appena muovendo i primi passi?

Ci stupiva, già allora, l'idea di un campo libero da ogni tipo di regola e ci eravamo chiesti cosa ci saremmo dovuti aspettare, inconsapevoli che un ventennio più tardi parole come fake-news, clickbaiting, post-verità  ecc ecc sarebbero state il pane quotidiano del dibattito sull'evoluzione dell'informazione in rete.

Quella domanda era diventata uno scherzo, così per provare. Ci eravamo inventati una cosa talmente grossolana, che - secondo noi - proprio solo i tonti ci sarebbero potuti cadere. Ci interessava buttare l'amo, raccontare una balla e vedere quanta gente ci sarebbe cascata.

Internet non esisteva nella forma di oggi, c'erano la BBS (Bulletin Board System), ma insomma, erano le prime comunità digitali, l'embrione della rete, e servivano perfettamente allo scopo.

Non eravamo andati per il sottile, proprio per capire fino a che punto la rete traboccasse già allora di gonzi e boccaloni, e il titolo del post era talmente urlato che nessuno - tranne forse i lettori di Libero (che però allora non esisteva) - lo avrebbe potuto trovare normale: "Gara di tiro di torte in faccia ai negri".

Il testo pubblicato diceva:

"All'inizio di luglio si terrà a Modena una manifestazione allucinante, si tratta del tiro al negro. Al posto del classico pupazzo saranno alcuni extracomunitari a ricevere le torte in faccia. Si tratta di giovani immigrati che si sono prestati a questa umiliazione per arrotondare le loro magre entrate. Sembra che l'iniziativa avrà luogo in piazza Matteotti e sarà organizzata dall'associazione Giovani Revisionisti, che organizza seminari sulle differenze razziali. L'incasso servirà a finanziare progetti dell'associazione stessa, 3 tiri 10mila lire (5 euro, ndr), salvo una quota - mille lire a torta ricevuta in faccia - che sarà destinata ai bersagli. Diteci cosa ne pensate, anche solo in poche parole". 


Avevano risposto una settantina di persone, un numero esorbitante per l'epoca, tutte scandalizzate. Solo un paio avevano capito che era una presa in giro. La sostanza è che tutti se l'erano bevuta. E che una balla era diventata una verità. E che quelli che noi pensavamo fossero tonti, gonzi ecc ecc, erano in realtà persone normali a cui era stata venduta una notizia "come se". Come se fosse vera. E lì c'è poco da fare.

C'erano infatti tutti gli elementi necessari a rendere, se non vera, almeno verosimile la vicenda, che è esattamente il filo sottile su cui camminano e cadono miliardi di navigatori sul web, costituendo di fatto l'alveo naturale per le verità relative.

Nel nostro caso c'era la questione degli immigrati, c'era la spavalderia di una destra che - pur in un modo umiliante per gli extracomunitari - provava a ripulirsi la coscienza, c'era l'elemento dell'accettazione da parte degli immigrati. C'era il disprezzo di quel termine - "negro" - che rendeva credibile il tono muscolare della xenofobia che si traveste da organizzatrice di eventi.

In sostanza, la classica bufala che indossa il soprabito elegante della notizia.
Se ne era occupata Rai3, ricordì? Con quel servizio in cui fingevano un'incursione nella finta sede modenese dei Giovani Revisionisti. E il Manifesto il 29 giugno 1995 ci aveva dedicato un'intera pagina, con uno dei loro titoli - "Giochi di rete" - con l'illustrazione di Libertini. Io e te, uniti nella provocazione, avevamo idee diverse. Tu eri per la totale deregulation della rete. Io, notoriamente più noioso e paraculo, un paio di argini invece li avrei visti bene, più che altro per evitare l'esondazione della merda digitale.

La penna del Manifesto era quella di Daniele Barbieri, che nell'articolo, rivolto agli autori della provocazione (cioè noi) scriveva: "Si potrebbe loro obiettare che una rete telematica mondiale è per sua natura incontrollabile e che può essere controproducente lanciare questo genere di provocazioni dato che deliri variamente razzisti (o anti-gay) circolano già; e non per scherzo".

Da allora l'unica cosa che è cambiata è che,a quelli razzisti, si sono sommati milioni di altri tipi di deliri. E che, sì, per sua natura - come avevamo constatato con la storia delle torte - il web è per sua natura incontrollabile. 

mercoledì 21 dicembre 2016

Michele Massari: un Piccolo Cafè, una smisurata modestia.

Michele Massari, il papà del Piccolo Cafè di New York, mi manda un messaggio su whatsapp per dirmi che sul Corriere della Sera c'è una sua foto in cui indossa la stessa t-shirt che indossava un mese fa quando ci siamo conosciuti a New York allo store della Ducati, a Tribeca, in occasione di un evento dedicato a Bologna.
In effetti è proprio la stessa t-shirt.
Se non sapete cosa sia quel disegno, ve lo dico io: è roast-beef.
Ma non è un roast-beef qualunque.
La storia di quel roast-beef la racconta Michele al Corriere della Sera così:

"Un giorno ricevo una lettera che mi informa dell’ennesimo aumento dell’affitto dei locali dei miei ristoranti. Meditavo su come affrontare il problema cucinando un roast-beef , l’ho fotografato. Da qui è nata l’idea di far imprimere le immagini del nostro lavoro su delle t-shirt".

Un'idea che, da quel momento, è diventata un nuovo business, una linea di t-shirt - #BolognaNY - ispirata alla cucina. E, a ruota, anche canotte, tessuti, fodere per giacche. Che adesso vanno a ruba nella Grande Mela, oltre che online.

La cosa che più mi lascia sbigottito è la modestia di Michele, che mi scrive:

"visto che la indosso nella foto che ci siamo fatti assieme... condivido con infinita gioia e orgoglio, quello che per me era solo una enorme forma di espressione e esercizio creativo, sono felicissimo che piaccia e che abbia trovato spazio sul Corriere della Sera edizione Nazionale sezione Moda, che sogno!!"

Michele che considera un sogno avere avuto spazio sul Corriere della Sera edizione Nazionale sezione Moda.

Lui che  ha lasciato l'Italia per seguire un sogno.

Che nel 2009 è partito con uno stand di 1 metro quadrato (un metro quadrato, si) a Union Square per servire caffè espresso e cappuccini insieme all'inseparabile socio e compagno di avventura, Alberto Ghezzi.

Che nel giro di sette anni è passato da uno stand di un metro quadro da dividere in due persone, a una superpotenza con 60 dipendenti e quattro punti vendita a New York, meta di migliaia di clienti tutti i giorni.

Che ha allargato il raggio di impresa a catering, editoria, moda.

Che è diventato un punto di riferimento negli USA.

Che tra i suo clienti ha aziende come Google e Facebook.

Che ai tavolini dei suoi bar siedono Susan Sarandon, Uma Thurman e Al Pacino (per citarne solo alcuni)

Ecco.
Quando si dice la modestia, che è solo dei grandi, quella è di Michele Massari e di Alberto Ghezzi.

E del loro straordinario Piccolo Cafè.




sabato 17 dicembre 2016

La normalità della mafia


 
Vietato entrare alle teste di cazzo.
E' solo un adesivo appiccicato a una porta, ma si fa notare.
E' all'interno di un capannone a Calendasco, in provincia di Piacenza, confiscato alla mafia e consegnato al Comune.
Ci sono stato stamattina. Uno di quei luoghi sospesi nel tempo.
Tutto cristallizzato, il tempo fermo al momento in cui quel luogo è passato di mano, pochi anni fa.
Dall'illegalità, al Comune.
Che ne farà un magazzino per gli attrezzi comunali. E che lo ha già utilizzato coinvolgendo le scuole, in collaborazione con Libera.
Tra le pieghe di questo tempo immobile, un viaggio fotografico nella normalità della mafia.
Perché è questo il vero pericolo.