martedì 4 luglio 2017

La mezza verità di Padre Pio a Modena Park


Insomma, non era vero.
Ma era verosimile.
E questo è bastato, ieri, a rendere virale la lista degli oggetti raccolti dalle 3 aziende chiamate a ripulire Modena Park dopo il concerto di Vasco.
Una fake news, o una post verità - come piace dire oggi - condivisa centinaia di volte sui social e ripresa da una quantità sterminata di agenzie, siti di informazione, blog.
Molto più banalmente, uno scherzo di Stefano Ferrari, amico giornalista modenese, che ha fatto una semplice operazione: ha copiato un post di un'amica che - dichiarando che si trattava di uno scherzo - aveva immaginato una lista degli oggetti ritrovati.
Ferrari ha tolto le tre righe in cui si capiva la natura chiaramente ironica del post, lo ha postato sulla propria bacheca, et voilà, ecco servita una verità plausibile.
Che meraviglia, tra sex toys, pannoloni per incontinenti, un pigiama (!), 2 stampelle, 1200 mazzi di chiavi ecc.
E, ciliegina sulla torta, una statuetta in legno di Padre Pio. Una statuetta di Padre Pio al concerto di Vasco.
La lista è entrata in circolo come il colesterolo al pranzo di Natale, gustosa e irresistibile, innescando migliaia di commenti sui social, salendo al top delle chiacchiere da bar e moltiplicando esponenzialmente i luoghi di dibattito post-Modenapark.
Nessuno, o quasi, si è posto il dubbio. Privatamente, alcuni colleghi giornalisti lo hanno fatto con Stefano, che ha subito confessato - immagino con uno straordinario sorriso ingordo - che di fake si trattava. Poi però lo hanno fatto pubblicamente i colleghi di Giornalettismo, che hanno messo in campo l'ABC della professione: hanno verificato la fonte. Hera, la multiutility incaricata della pulizia del parco, ha assicurato di non aver fatto uscire nessuna nota.
Si trattava quindi di una pura invenzione. E lo hanno scritto.
Se però oggi cercate sul web la notizia, è ancora lì, splendente in tutti i suoi 28 sex toys, nei 12 pannoloni per incontinenti, nelle 670 paia di occhiali e, naturalmente, nella sorprendente e unica statuetta in legno di Padre Pio, in buona compagnia di 120 confezioni di preservativi.
E la notizia, seppellita dalla pietra tombale della verità rapidamente recuperata dall'ottimo lavoro di Giornalettismo, rimarrà vera per sempre. Per sempre.
Anche stamattina, alla radio - a quasi 24 ore dall'evidenza che si trattasse di un falso - era trattata come una gustosa verità su cui imbastire il dibattito telefonico con gli ascoltatori.
Cosa ci insegna lo scherzo di Stefano?
Niente di nuovo.
Certifica la nostra insofferenza alla complessità, alla fatica di una domanda in più.
Ci conferma l'esistenza di una colossale area grigia in cui verità, verosimiglianze, fake news, post-verità, balle colossali e compagnia contante convivono allegramente in una rappresentazione dei fatti che, alla fine, ci accontenta.
Basta che sia vera. Anzi, verosimile.


domenica 19 marzo 2017

La mano destra di Kurt Diemberger

La mano sinistra di Kurt Diemberger appoggiata sulla mia spalla non dice molto di lui. E' la destra, a cui mancano alcune falangi, a raccontare la sua vita.
Congelate durante la spedizione al K2 nel 1986, le falangi amputate sono state solo una piccola parte del prezzo pagato a quella montagna su cui - da giovane - aveva giurato a se stesso che non sarebbe mai salito. E invece le cose della vita, lo sappiamo, prendono la piega che pare a loro e nel 1986 Kurt ci è salito. In quella spedizione Julie Tullis, la sua compagna di cordata, è morta lassù. E con lei altri due alpinisti - provati dal congelamento e piegati dalla spossatezza che a quelle quote diventa letale - non hanno mai fatto ritorno.
Chi fa dell'himalaysmo la propria ragione di vita, sa che queste sono cose da mettere in conto, in un certo senso non intaccano la passione.  Ne sono parte integrante.
Ma non confondete le cose. Per Kurt andare in montagna non è mai stata una sfida. E' stata la ragione di vita. Una sorta di precondizione per vivere. Ed è stata vita piena. Piena. Senza compromessi.
Davanti a 500 persone al centro culturale di Marano sul Panaro, l'altra sera Diemberger ha raccontato la sua vita di alpinista, himalaysta, esploratore. E ha scelto una parola che ne sintetizza il senso: glück.
"In tedesco questa parola significa sia felicità, sia fortuna. Non è come l'italiano, che ha bisogno di due parole". Una vita, la sua, in cui felicità e fortuna si sono intrecciate in continuazione, una vita spinta da un motore a cui non si può opporre resistenza: "Io volevo sapere. Non potevo fermarmi. Mai. Prendendomi dei rischi, certo. Ma senza il rischio non si va da nessuna parte, si rimane fermi. E io invece volevo sapere, andare avanti. Ad ogni costo".
Dei successi di Kurt Diemberger è stato detto tutto. E definirlo "leggenda vivente" non ha, per una volta, il sapore stucchevole della retorica a buon mercato.
Ma a me ha colpito il fronte degli insuccessi, dei fallimenti, delle disfatte. Perché è lì che si consolida il mito.
E, su questo piano, a Diemberger è toccato in sorte uno degli episodi più noti dell'epopea dell'himalaysmo, vale a dire la scomparsa di Hermann Buhl, altro mito epocale nell'ambiente.
Il 27 giugno 1957 di ritorno dal Chogolisa, nel Karakorum, dove i due ne avevano appena conquistato la vetta, Buhl precipitò dopo aver messo il piede in una cornice di neve. Il suo corpo non fu mai ritrovato e Diemberger finì al centro di assurde polemiche con l'accusa di essere in qualche modo responsabile della morte di Buhl. Accuse sempre respinte, ma che qualche anno più tardi si sarebbero ripresentate con lo stesso schema anche per Reinhold Messner, che il 29 giugno 1970 - rientrando con il fratello Gunther dalla vetta del Nanga Parbat - lo vide scomparire sotto una valanga di ghiaccio. Lo cercò per tre giorni, ma senza fortuna, respingendo poi per più di 30 anni l'accusa infamante di averlo sostanzialmente abbandonato lassù, vista la scarsa preparazione fisica, in una zona diversa da quella in cui sosteneva ci fosse stata la valanga.  Fino a quando, nel 2005, il ghiacciaio non ne restituì il corpo esattamente nel luogo che Reinhold Messner aveva sempre indicato.
Il disastro è dietro l'angolo, ma fa pare integrante di queste biografie fuori da ogni "mainstream", in un certo senso condannate ad assecondare la propria indole di dannati in cerca di conferme progressive del senso della vita.
E la sconfitta, in questo quadro, ci sta tutta. Non c'è cultura della vittoria, ma solo del percorso, che può anche avere nelle tragedie personali un elemento di crescita.

Proprio come insegna Reinhard Karl nel suo straordinario "Tempo per respirare", :

"Siamo rimasti in vita, ma è stata una sconfitta,
e le sconfitte bruciano. Ma in seguito
si vedono le montagne e il rapporto con esse
in una luce diversa. Perché forse una sconfitta
è altrettanto costruttiva quanto la paura.
Tempo per riflettere – tempo per respirare.”

sabato 4 febbraio 2017

Perché noi stavamo a giocare per strada, mica stavamo su Facebook.

Quelli  nella foto sono due campi da calcio. Sopra, quello di via Ferraris. Sotto, quello di via Pacinotti. Al posto dell'erba, l'asfalto. Al posto delle porte, due ringhiere. Ma in effetti cos'altro ci voleva? Per noi, che oggi abbiamo i capelli grigi (per chi ha ancora i capelli), questo bastava e avanzava. 
Noi, i bambini di via Ferraris, passavamo interi pomeriggi in quei 30 metri quadrati a tirare pallonate, a giocare 7 contro 7, a sbucciarci le ginocchia (perché l'asfalto è duro, non serviva Wikipedia a capirlo), a fuggire dopo aver spaccato i vetri dei vicini, a sperare di non forare il pallone quando cadeva tra i roseti dei giardini, a deformare la ringhiera a forza di gol, a darci gomitate che neanche il cartellino rosso sarebbe stato abbastanza. Sudando, esultando, correndo fino a rimanere senza fiato. Tutti i giorni, ignorando il caldo, il freddo, i richiami delle mamme dalle finestre perché era pronto il pranzo o la cena. Di fare i compiti, manco a parlarne. Le morose? Dio ce ne scampi. 
E se passava una macchina, ci si faceva da parte, però che palle, cosa ci faceva una macchina lì per strada proprio mentre giocavamo?
E i bambini di via Pacinotti, stessa cosa. Uguale.
E ci si stava veramente sulle palle, tra bambini di via Ferraris e via Pacinotti. E c'erano regole non scritte, ma accettate. Tipo che se si passava nella via dei "nemici" in bicicletta, il minimo che ci si dovesse aspettare era una pallonata, o un paio di sputi. E muti.
E dei genitori, a fare da giudici o tutori se finiva in rissa, manco l'ombra. E per fortuna, visto che chiamare la mamma o il papà era proprio da sfigati. Nessuno si lamentava. 
Anche la peggiore delle litigate per strada finiva in un niente, bastava il pallone a riportare tutto alla normalità.  Una normalità vera, che se sbagliavi un rigore i tuoi amici ti dicevano che eri un coglione, e tu sapevi che un po' era vero, ma finiva tutto lì, mica scomodavi l'introspezione per capire.
E se tua mamma ti dava un paio di sberle perché avevi strappato i pantaloni, andava bene così, mica avevi la visione di Caffo. 
E il derby tra via Ferraris e via Pacinotti - che si giocava pigiati che te lo raccomando - era una guerra vera e propria, con qualche calcio e un paio di pugni a compensare una tecnica che ciao, ma andava bene così. Che poi, vinto o perso, ero lo stesso, poi tutti in bicicletta a mangiare il gelato, che non si stava mica lì a postare le foto dei gol su Facebook. 
Perché noi stavamo a giocare per strada, mica stavamo su Facebook.


venerdì 27 gennaio 2017

Zerocalcare, raccontacela tu la Shoah


Non è proprio un appello nel Giorno della Memoria, ma credo che se Zerocalcare raccontasse la Shoah, la memoria - quella Memoria - almeno qui in Italia, non andrebbe perduta.
Lo hanno già fatto Art Spiegelman con Maus, la celeberrima e cupa graphic novel del 1989 in cui racconta la tragedia dell'Olocausto. E, da poco, anche Michel Kichka, con "La seconda generazione", dedicata ai figli dei sopravvissuti ai campi di sterminio. Per citare i più noti.

E' una forma, quella della graphic novel, che compete ad armi pari con la bibliografia tradizionale, vincendo a man bassa se guardiamo alla capacità divulgativa senza rinunciare al rispetto assoluto dell'autenticità storica. E che, soprattutto, ha infinite possibilità di trovare spazio negli smartphone dei nostri figli, prima ancora che nelle nostre librerie.

Su questo fronte, per citare altre esperienze, penso a Persepolis, la graphic novel di Marjane Satrapi, che ci ha portati nel cuore della quotidianità dell'Iran travolto dalla rivoluzione islamica con una delicatezza e una lucidità disarmanti. O allo straniamento - si fa per dire - scorrendo le pagine apocalittiche di "Fuga dal campo 14", in cui si narra la vicenda reale di Shin Dong-hyuk, l'unico uomo nato in un campo di prigionia della Corea del Nord che è riuscito a scappare all'età di 23 anni.

Zerocalcare, che sul piano della narrazione è un fenomeno che tiene insieme il registro dell'ironia con la solidità della narrazione storica, si è già misurato con la questione curda con Kobane Calling e, giusto un mese fa, con Groviglio, ulteriori 12 pagine sulla stessa questione, ospitate su Repubblica. 
Si ride, ma soprattutto ci si informa, si capisce. In altre parole, si fa memoria. 
Il talento di Zerocalcare, per un obiettivo narrativo come quello della Shoah, sarebbe perfetto. Perfetto.

E non è vero che non ci si può scherzare. Non penso a Moni Ovadia o alla lunga tradizione dell'umorismo ebraico, o a Woody Allen, solo per nominare i più noti. Penso a Benigni. Ce lo ha fatto vedere lui, con La vita è bella, che sulla tragedia dei campi di sterminio si poteva fare memoria collettiva utilizzando - per la prima volta con eco mondiale - il tono dell'ironia.
Certo, ci aiutava una certa nostra opinione sui tedeschi dell'epoca. 
Tanto che - questo stesso fronte - già Totò, nei "I due Colonnelli", aveva rispedito al mittente l'intollerabile teutonica precisione nel rispettare gli ordini del maggiore Kruger e la sua "Ma io ho la carta bianca!", con l'indimenticabile "E ci si pulisca il culo".  
Che non era una graphic novel, ma andava benissimo lo stesso.

martedì 17 gennaio 2017

La svastica di via Valdonica

Spero, guardando la foto, che non stiate veramente sfornando congetture su complotti o strategie sotterranee, piani segreti o rivoluzioni in erba. Questa roba qua è merce appena sotto la linea del comprendonio, dai, quel minestrone stanco di chi arranca a metà tra la sciatteria e la pigrizia, tra mani affondate nelle tasche al pomeriggio e checazzofacciamooggi, tra un'overdose di social mentre cazzeggi in centro sguardo allo schermo e checazzomenefrega. Roba così. Un vandalismo con l'impassibilità dell'ignoranza, con l'imperturbabilità della trasandatezza. Per questo la svastica sul muro di via Valdonica a Bologna, esattamente nel punto in cui Marco Biagi è stato ucciso dalle Brigate Rosse il 19 marzo del 2002 e a 100 metri dal Museo Ebraico, è ancora più offensiva. Perché è figlia di niente. Di un cazzeggio nato chissà come, che non ha certamente a che fare né con Biagi né con il Museo. E' offensiva perché, ignorandola, umilia la memoria.
Aveva ragione Derek Bok: "Se pensate che l'istruzione sia costosa, provate l'ignoranza".

lunedì 9 gennaio 2017

Otto domande a Marco, grillino moderato.


Caro Marco, a te che sei un grillino moderato - oltre che un amico d'infanzia nei giochi nel cortile - a cui credo di poter fare delle domande senza ricevere non-risposte tipo "si ma anche il PD", vorrei fare 5 domande.

5 domande per capire, te lo giuro.

Solo per capire.

1 - Avevate promesso che sareste stati quelli della democrazia diretta, ma con il nuovo codice degli eletti, appena approvato, Grillo si riserva di valutare “in totale autonomia” le notizie di un procedimento penale a carico di un cinquestelle. Uno vale ancora uno?

2 - Avevate spergiurato che un avviso di garanzia fosse condizione sufficiente per la sospensione dal M5S, ma adesso avete cambiato idea. Eppure poco tempo fa Di Maio diceva: “Di fronte a un avviso di garanzia bisogna dimettersi. Sono contrario alla presunzione d’innocenza per un politico“. Chi ha ragione? Intendo indipendentemente dai motivi di opportunità politica. Grillo o Di Maio?

3 - Volete il referendum per uscire dall'euro (e dall'Europa), ma in 24 ore passate dal massimo euroscetticismo dell'alleanza con Nigel Farage, leader dell'Ukip (motore principale della Brexit) all'abbraccio con il turboeuropeismo dell'Alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa, presieduto Guy Verhofstadt. Mi spieghi qual è la vostra idea di Europa? Mi basterebbe anche solo capire se volete ancora abolire l'euro e tornare ai baiocchi. Alla lira, scusa.

4 - Volevate azzerare ogni tipologia di finanziamento pubblico dei partiti, ma in Europa non avete il coraggio di non iscrivervi ad alcun gruppo, perché perdereste complessivamente circa 700mila euro di finanziamento pubblico. Per caso avete capito che per fare attività sui territori servono i soldi?

5 - Affidate decisioni alla vostra base chiedendo un clic sul sito, ma poi su circa 9 milioni di elettori che vi ha dato fiducia nel 2013, sul blog - quando va bene - votano in 40mila. E' un numero che vi rassicura?

C'è una sesta domanda per te: non vi sentite come un osso spolpato? Non vi sentite traditi (settima domanda, è vero, scusa)? Perché un conto è migliorarsi per approssimazione, correggendo via via alcune rigidità. Un conto è azzerare i pilastri su cui siete nati, cancellare gli elementi identitari del Movimento.

Ultima domanda, l'ottava: mi spieghi cos'è oggi il Movimento 5 Stelle?


lunedì 2 gennaio 2017

La gara di torte in faccia ai negri

"Ma quindi su Internet chiunque potrà scrivere quel che gli pare anche se sono delle balle colossali? E se la gente poi ci crede?".

Te la ricordi, Fabrizio de Gennaro, quella domanda che ci eravamo fatti a tavola, una sera di 22 anni fa, giovani smanettoni per una tecnologia che stava appena muovendo i primi passi?

Ci stupiva, già allora, l'idea di un campo libero da ogni tipo di regola e ci eravamo chiesti cosa ci saremmo dovuti aspettare, inconsapevoli che un ventennio più tardi parole come fake-news, clickbaiting, post-verità  ecc ecc sarebbero state il pane quotidiano del dibattito sull'evoluzione dell'informazione in rete.

Quella domanda era diventata uno scherzo, così per provare. Ci eravamo inventati una cosa talmente grossolana, che - secondo noi - proprio solo i tonti ci sarebbero potuti cadere. Ci interessava buttare l'amo, raccontare una balla e vedere quanta gente ci sarebbe cascata.

Internet non esisteva nella forma di oggi, c'erano la BBS (Bulletin Board System), ma insomma, erano le prime comunità digitali, l'embrione della rete, e servivano perfettamente allo scopo.

Non eravamo andati per il sottile, proprio per capire fino a che punto la rete traboccasse già allora di gonzi e boccaloni, e il titolo del post era talmente urlato che nessuno - tranne forse i lettori di Libero (che però allora non esisteva) - lo avrebbe potuto trovare normale: "Gara di tiro di torte in faccia ai negri".

Il testo pubblicato diceva:

"All'inizio di luglio si terrà a Modena una manifestazione allucinante, si tratta del tiro al negro. Al posto del classico pupazzo saranno alcuni extracomunitari a ricevere le torte in faccia. Si tratta di giovani immigrati che si sono prestati a questa umiliazione per arrotondare le loro magre entrate. Sembra che l'iniziativa avrà luogo in piazza Matteotti e sarà organizzata dall'associazione Giovani Revisionisti, che organizza seminari sulle differenze razziali. L'incasso servirà a finanziare progetti dell'associazione stessa, 3 tiri 10mila lire (5 euro, ndr), salvo una quota - mille lire a torta ricevuta in faccia - che sarà destinata ai bersagli. Diteci cosa ne pensate, anche solo in poche parole". 


Avevano risposto una settantina di persone, un numero esorbitante per l'epoca, tutte scandalizzate. Solo un paio avevano capito che era una presa in giro. La sostanza è che tutti se l'erano bevuta. E che una balla era diventata una verità. E che quelli che noi pensavamo fossero tonti, gonzi ecc ecc, erano in realtà persone normali a cui era stata venduta una notizia "come se". Come se fosse vera. E lì c'è poco da fare.

C'erano infatti tutti gli elementi necessari a rendere, se non vera, almeno verosimile la vicenda, che è esattamente il filo sottile su cui camminano e cadono miliardi di navigatori sul web, costituendo di fatto l'alveo naturale per le verità relative.

Nel nostro caso c'era la questione degli immigrati, c'era la spavalderia di una destra che - pur in un modo umiliante per gli extracomunitari - provava a ripulirsi la coscienza, c'era l'elemento dell'accettazione da parte degli immigrati. C'era il disprezzo di quel termine - "negro" - che rendeva credibile il tono muscolare della xenofobia che si traveste da organizzatrice di eventi.

In sostanza, la classica bufala che indossa il soprabito elegante della notizia.
Se ne era occupata Rai3, ricordì? Con quel servizio in cui fingevano un'incursione nella finta sede modenese dei Giovani Revisionisti. E il Manifesto il 29 giugno 1995 ci aveva dedicato un'intera pagina, con uno dei loro titoli - "Giochi di rete" - con l'illustrazione di Libertini. Io e te, uniti nella provocazione, avevamo idee diverse. Tu eri per la totale deregulation della rete. Io, notoriamente più noioso e paraculo, un paio di argini invece li avrei visti bene, più che altro per evitare l'esondazione della merda digitale.

La penna del Manifesto era quella di Daniele Barbieri, che nell'articolo, rivolto agli autori della provocazione (cioè noi) scriveva: "Si potrebbe loro obiettare che una rete telematica mondiale è per sua natura incontrollabile e che può essere controproducente lanciare questo genere di provocazioni dato che deliri variamente razzisti (o anti-gay) circolano già; e non per scherzo".

Da allora l'unica cosa che è cambiata è che,a quelli razzisti, si sono sommati milioni di altri tipi di deliri. E che, sì, per sua natura - come avevamo constatato con la storia delle torte - il web è per sua natura incontrollabile.